"La zona di interesse", il film di Jonathan Glazer
Inizia con trenta secondi di schermo vuoto "La zona di interesse", film scritto e diretto da Jonathan Glazer, perché più che di azioni, questa pellicola, è fatta di suoni (umani e disumani), di scene di natura e di quotidianità. Contrapposte però al disumano, che in realtà non si vede ma si percepisce.
La trama è incentrata su una famiglia che vive nel “giardino del paradiso” dal quale si vede un muro con del filo spinato e, dentro quel muro, c’è il lager di Auschwitz. La famiglia tedesca è composta dalla “regina di Auschwitz”, dal marito comandante, da numerosi figli e altrettante cameriere. Gli ebrei sono raramente nominati come “il carico” e “quelli molto ingegnosi”.
L’atmosfera creata dal regista richiama una tecnica utilizzata con maestria dal nostro Pirandello, ovvero quell’effetto di “straniamento” per cui il pubblico rimane spiazzato da ciò che inizialmente percepisce come normale e, pian piano, avverte come distorto, enigmatico. Basti pensare alle scene surreali e del tutto inaspettate del suo teatro.
Anche Glazer è geniale nel procurare al pubblico sbigottimento e sconcerto. Inoltre, quando realizziamo che non si tratta di invenzioni sceniche ma di cruda realtà, arrivano come un pugno nello stomaco l’angoscia, lo struggimento, il senso di isolamento. Con i suoi film precedenti, del resto, come Birth - Io sono Sean (2004) e Under the Skin (2013), il regista aveva ben costruito
inquietudine e tensione.
Eppure La zona di interesse risulta ancora più potente perché ogni personaggio vive la realtà come se vedesse un mondo proprio e, in un eccesso di egoismo, non interagisce con la visione altrui. E anche a questo proposito torna in mente il maestro Pirandello con il suo concetto di relatività. Insomma, non si poteva rappresentare in modo migliore la cattiveria umana, la dis-umanità.
La zona di interesse è un film di un’intelligenza enorme su un pezzo di storia che non può essere messo da parte, dato che l’essere umano non ha ancora imparato dai propri errori. La storia tragicamente si ripete e le vittime possono diventare carnefici, accecate dalla voglia di vendetta. Razzismo e crimini di guerra sono tutt’altro che lontani da noi.
Questa narrazione dell’olocausto, in particolare, è eccezionale e probabilmente unica nel suo genere. Non a caso ha conquistato 5 nomination agli Oscar: miglior film, miglior regia, miglior film internazionale, miglior sceneggiatura non originale e miglior sonoro.
Un film ben riuscito che sarà nelle sale italiane dal prossimo 22 febbraio e che va visto, seppur con molto, molto coraggio.
Sabrina Sciabica
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