"Che Ora è?": l'ora di restituire dignità alle donne afghane
"Che ora è?" è il titolo di un celebre film diretto da Ettore Scola, interpretato dai giganti del cinema italiano Marcello Mastroianni e Massimo Troisi. Questo titolo, evocato durante i giorni del Festival del Cinema di Venezia, diventa oggi il simbolo di una riflessione urgente: è giunta l'ora di porre fine alle terribili condizioni imposte alle donne in Afghanistan.
Tre anni fa, l'Occidente ha abbandonato l'Afghanistan, lasciando dietro di sé una nazione in cui le donne sono diventate le principali vittime del regime talebano. L'ultima legge introdotta dai talebani vieta alle donne di cantare, leggere, o persino parlare a voce alta in luoghi pubblici. Ridere con le amiche al mercato, protestare per un'ingiustizia o cantare una ninna nanna a un neonato sono atti ora proibiti. In nome della religione e della Shari'a, si sta consumando una sottomissione brutale delle donne.
I dati diffusi da Save the Children, Unicef e BBC rivelano una realtà atroce: tre milioni di studentesse sono state escluse dalle scuole secondarie, l'istruzione femminile è sospesa per le ragazze oltre i dodici anni, e il 17% delle bambine viene costretto a sposarsi prima dei quindici anni. Paradossalmente, l'obbligo del burqa integrale sembra essere il male minore in questo contesto.
Nonostante tutto, numerose donne afghane, sia nel loro Paese che all'estero, stanno reagendo con coraggio. Hanno pubblicato video in cui cantano apertamente, sfidando le nuove regole. Cantano donne in esilio, studentesse in un bar di un'università americana, e una donna truccata con il telefono in mano. Intonano il ritornello malinconico di una canzone di Aryana Sayeed, la pop star che dà voce alla resistenza femminile afghana dopo essere stata costretta a lasciare Kabul.
I talebani vogliono segregare, cancellare e ora zittire le donne afghane. Alla domanda "Che ora è?" la risposta è chiara: è l'ora di restituire dignità a queste donne, dopo averle illuse per vent'anni con la promessa di una libertà dall'oppressione.
Vittorio Alfieri
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