Torna da Berlino per il Pride di Trapani: “Qui la libertà si conquista mettendoci la faccia”
Se sei cresciuto in Sicilia e sei queer, sai cosa significa imparare a respirare a metà per anni. Perché qui non dovevi solo nasconderti. Dovevi anche sorridere mentre sparivi.
Giampiero Riggio ha lasciato la Sicilia quindici anni fa. Ha scelto Berlino, come tanti. Per vivere, per amare, per dire “io esisto” senza tremare. Ma il 26 luglio torna a Trapani.
Perché Trapani, per la prima volta nella sua storia, ospiterà un Pride.
“Non potevo mancare. Tornare qui, proprio in questo momento, è una scelta. Perché quando una città come Trapani decide di non tacere più, è un atto politico. E chi ha lottato per anni lo sa: la visibilità non è mai stata gratuita".
Giampiero ha conosciuto la sede dell’associazione Shorùq Arcigay Trapani pochi mesi fa. Un piccolo spazio ricavato all’interno della Chiesa Valdese, che – sì, va detto – ha ricevuto pressioni per cacciare via la comunità LGBTQIA+. Ma non lo ha fatto. Ha scelto di restare umana. Di restare giusta. E oggi, quel luogo, è un presidio.
Non solo di bandiere e incontri. Ma di lavoro vero. Di politica. Di salute. Di prevenzione. “Lì si parla di identità di genere, di transizione, di HIV, di salute mentale, di sicurezza. Si lavora con i giovani. Si lavora con le famiglie. Si fa quello che lo Stato, spesso, si dimentica di fare".
A Berlino, dice, la rete di supporto è più vasta. Ma anche lì si è sotto attacco. Anche lì i diritti vengono erosi. Anche lì, la comunità è ferita. “Il sogno romantico della città sicura si rompe quando un amico viene picchiato per strada. Quando le persone trans devono camminare guardandosi le spalle. Succede ovunque. E succede anche in Italia".
In Italia, dove il matrimonio egualitario non esiste. Dove non puoi adottare un figlio. Dove esistono ancora leggi “propaganda-free” e assessori che parlano di “devianze”. Eppure, qualcosa si muove. A Trapani sì.
“Qui c’è coesione. Qui la comunità resiste unita. Qui si è capito che se non ti stringi, sparisci. E il Pride è questo: non una carnevalata, non una provocazione. È dire col corpo, con la voce, con la faccia: io ci sono".
A chi scrive insulti sotto i post, Giampiero risponde con disarmante ironia: “Veniteci, al Pride. Vi aspettiamo. Se siete così fieri della vostra normalità, venite a camminare con noi. Altrimenti restate a casa. Ma lasciateci vivere. Perché noi non torniamo più indietro”.
E no, il Pride non è “solo” una festa. È sopravvivenza. È educazione. È cura. È lotta. Perché anche un diritto, se non lo difendi, muore. “Io torno da Berlino per questo. Perché ogni corpo in piazza è un atto d’amore. E perché ogni silenzio è un’alleanza con chi ci vuole scomparsi".
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