Il Pd e la dinastia De Luca
Così fan tutte. È il titolo di un film di Tinto Brass preso in mutuo, perché molto pertinente sulla vicenda che si narrerà.
In Campania il padre padrone del Partito Democratico Vincenzo De Luca, ha sciolto la riserva e sosterrà il pentastellato Roberto Fico come candidato alla presidenza della regione, condotta dallo stesso nei due lustri precedenti. Ma non l'ha fatto perché l'ex presidente della Camera dei deputati abbia contribuito a disarcionare Salvini da vicepresidente dei ministri e ministro dell'Interno, o perché abbia affermato che la scissione del suo collega e amico Di Maio sia stata "un'operazione di potere", oppure per il ravvedimento sulla demagogica scelta di andare in autobus a Montecitorio il primo giorno di lavoro da terza carica di Stato, e quello del "Non siamo disponibili a un governo con nessuno", con la Lega hanno propagandato che fosse: "un " contratto per il cambiamento".
Ma bensì perché ha ottenuto dalla segretaria del PD Elly Schlein il benestare per il figlio Piero, per la segreteria regionale del PD. La Schlein aveva incontrato, precedentemente, i componenti campani della segreteria nazionale Sandro Ruotolo e Marco Sarracino, la richiesta era stata inequivocabile "l’unità del partito e della coalizione verso una elezione unitaria del nuovo segretario dem in Campania". Infatti Piero De Luca è l'unico candidato alla guida del Pd campano. Con buona pace dell'abolizione sbandierata dalla stessa dei cacicchi e capibastone. Ma non solo è caduta nel disvalore della democrazia a favore del più bieco familismo e nepotismo, addebitato, a ragione, al centrodestra in questi anni. Tradendo un popolo che ha indicato nel principio della competenza politica, nella fattispecie, la stella cometa. È stata una decisione degna di un politburo di stalinista memoria. Poi il Pd e Fico ci diranno la sorte del termovalorizzatore di Acerra. Se il PD pensa di sconfiggere alle urne il centrodestra con siffatte idee, la Meloni dopo la televendita effettuata il 28 agosto al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione rischia la permanenza a Palazzo Chigi a tempo indeterminato.
Vittorio Alfieri
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