di Ernesto Garcia Domingo -
Ogni mattina, appena ho coscienza di essere sveglio, cerco di non dimenticare che devo ricordarmi i sogni che ho fatto.
La cosa più difficile non è tanto rievocare i sogni, quanto far diventare routine questa operazione e ripescarli da quella cartella della nostra memoria in cui sono rimasti, come un documento che non si è sicuri di aver salvato al computer. Quando uno si abitua a farlo per molti giorni di seguito, dicono, i sogni emergono sempre con più facilità e più numerosi.
Ho sempre dato per scontato che di sogni in una notte ne facciamo tanti. Ma mi sveglio con la sensazione di ricordarne solo uno con precisione, quello “principale”. Nella mia mente quel sogno “c’è”, ho presenti dei fotogrammi nitidi. Ma se provo a raccontarlo a me stesso o a mia moglie svaniscono interi pezzi della storia: ho indelebile il ricordo di alcuni passaggi, ma non trovo alcuni dettagli importanti e quasi mai riesco a costruire il razionale della storia: mi manca soprattutto il “perché” di tanti aspetti.
Mi trovo allora in quella scomoda situazione di chi inizia a raccontare una barzelletta a un gruppo di amici e, mentre lo fa, si rende conto di non ricordarla come pensava. Riprendendo la metafora del computer, si prova la stessa frustrazione che si avrebbe se, quando finalmente si è riusciti a recuperare il file, nell’aprirlo si scoprisse che mancano molti passaggi e che si fa fatica a capire l’intero senso. È un sogno “liofilizzato”, al quale bisogna ridare coerenza, idratare la trama e riempire i vuoti per renderla una storia compiuta.
Nel mio catalogo ci sono da anni due sogni frequenti che posso ricordare con un livello di dettaglio entusiasmante. Nel primo, riesco a volare, usando soltanto il mio corpo, come un Superman qualsiasi. Uso le braccia come fossero le ali, passo tra i fiumi e i ponti, plano come un’aquila, affianco aerei e uccelli. Non vado da nessuna parte in particolare, non ho una missione, non c’è un inizio né una fine. Volo e basta. E mi diverto.
Anche nel secondo sogno mi sposto a gran velocità, ma questa volta il mio mezzo di trasporto sono le mie scarpe di ginnastica consumate. Scivolo su una superficie pavimentata liscia (si tratta quasi sempre dei corridoi lucidati della metro di Madrid o di qualche immenso aeroporto) nella stessa posizione che adotterei se avessi sotto i piedi uno skateboard o una tavola da surf. Piego molto le gambe per gestire le curve a gomito e appoggio leggermente le mani per terra in curva per non perdere l’equilibrio. Passo fra la gente in uno slalom infinito e, anche qui, non c’è uno scopo, un inizio o una fine. Mi sposto veloce come una moto, scivolando in perfetto controllo. È tutto. E mi sembra tanto per uno che non sa sciare.
Ci sono poi sogni puntuali che faccio una volta sola ma che restano indelebili nella mia memoria. Dieci giorni fa ho sognato il negozio di decorazione di un ricco quartiere di Madrid per cui lavorai come fattorino quando avevo diciotto anni. Da allora non ci sono più tornato e non so neanche se esista ancora. Nel sogno, per qualche motivo, ci andavo per farlo conoscere ai miei figli, che sono grandi nella vita reale ma molto piccoli nella mia fantasia notturna. Entriamo, faccio le presentazioni, con le classiche dimostrazioni di sentito affetto, e iniziamo a girare i bellissimi spazi del negozio. L’ingrediente surreale (ce n’è quasi sempre uno) è che come animale domestico, al posto di un dolce gattino affettuoso, sullo stupendo pavimento di fibra di cocco del negozio, gira liberamente un bellissimo ocelotto dalla pelle meravigliosa.
I gatti mi incutono diffidenza, con loro non mi sento a mio agio. Perciò, quando vedo apparire questo piccolo leopardo mi intimorisco, ma le sorelle proprietarie del negozio che, nel sogno come nella vita reale, indossano delle elegantissime scarpe Church stile Oxford, mi tranquillizzano: “è dolcissimo, non è aggressivo, vuole solo giocare”.
Devo mostrarmi coraggioso davanti ai bimbi e sto al gioco. Mi piego per porgli una mano e farlo divertire. Con l’altra mano accarezzo affettuoso la sua meravigliosa pelliccia a pois neri e arancioni. Capisco subito che non è aggressivo, che vuole in effetti giocare. Ma anche che il suo corpo non è stato progettato per la dolcezza. I suoi affilatissimi incisivi e canini (eh sì, i canini del gatto) mordono con apparente delicatezza le mie dita mentre la sua lingua mi lecca ovunque; i suoi artigli considerano il mio pugno una palla da gioco e mi azzanna, sembra voler capire se la mia mano-palla rotola e scappa o se invece rimane ferma a fargli un po’ di resistenza.
Dopo un po’, provando un certo bruciore, libero la mano dai suoi artigli e mi dispongo a offrirgli l’altra in cambio. Scopro allora che la mano con cui ha giocato la dolce bestia è piena di graffi sottili e profondi. Il mio palmo e le dita sembrano un campo su cui sia passato un aratro che ha disegnato tanti piccoli solchi paralleli, colorati da un denso color rosso scuro. La sua lingua lecca le gocce del mio saporito sangue dal pavimento e dalla mia mano. E quando mi giro verso l’alto, stupefatto, mostrando alle proprietarie del negozio la mano completamente insanguinata, sperando in una spiegazione, loro sorridono felici: “quant’è dolce, vuole solo giocare!”. I miei piccoli figli si proteggono dietro di me, impauriti, indecisi fra condividere il mio orrore e adottare la tranquillità delle signore. Scelgono di sorridere lievemente.
Una delle proprietarie mi dice di aspettare un secondo e, con tutta calma, va nel piccolo cucinino e torna con un rotolo di carta assorbente. Mi porge un paio di strappi pretagliati per farmi asciugare. Avvolgo la mia mano e la carta s’inzuppa subito per intero, gocciolante di sangue come nella più classica scena di un film horror. Fine del sogno.
Ancora oggi, dopo tre settimane, riesco a visualizzare perfettamente la mia mano gocciolante il cui palmo somiglia al foglio di un quaderno a quadretti disegnati con un cupo inchiostro color rosso. Se qualcuno avesse un’interpretazione, anche comica, di questo mini-film, sarei contento di sentirla.
Torno per un attimo alla realtà. Nello stesso giorno della settimana scorsa sono successe due cose che da sole darebbero spunto a un bravo sceneggiatore per la costruzione di una storia.
Da anni trascorriamo le nostre vacanze nella casa dei miei suoceri in una delle tantissime contrade di campagna della periferia di Marsala, posti abitati prevalentemente da contadini e artigiani. Purtroppo, da queste parti, come altrove in Sicilia, la piaga più vistosa non è il traffico e nemmeno il vulcano (cit. Roberto Begnini) e neanche la mafia, ma la quantità d’immondizia che si trova nelle strade. Un mix fra l’inciviltà dei singoli e l’incapacità e l’impotenza degli amministratori locali, col completo disinteresse delle forze dell’ordine.
Come quasi tutte le mattine, verso le dieci, insieme a mia moglie, usciamo in macchina dalla stradina sterrata che separa la casa dalla strada asfaltata. È molto frequente che persone incivili buttino sacchi d’immondizia all’inizio di questa strada e nei due terreni a fianco.
Ma quella mattina vediamo un sacchetto di plastica nero, questa volta proprio in mezzo alla nostra strada, qualcosa di molto raro. Fermo la macchina affinché mia moglie lo sposti a un lato per non schiacciarlo e quando sta per prenderlo con due dita si rende conto che il sacchetto si muove. C’è qualcosa dentro che scalpita, che si agita da una parte all’altra. Il sacco nero, perfettamente chiuso da un forte nodo, rotola per terra mosso dalle spinte che provengono dall’interno.
Mia moglie rischia l’infarto e io da dietro il volante guardo spaventato. La mia mente attraversa da un lato all’altro l’intero spettro dell’orrore. Il primo pensiero è che si tratti di cuccioli di cani, ma non posso non pensare per un secondo che potrebbe trattarsi anche di un piccolo bambino neonato. Uno di quelli che, come si sente ogni tanto, vengono abbandonati da giovani mamme che non sanno come far fronte alla maternità.
Mia moglie mi rassicura subito, c’è un piccolo buco e s’intravede un animale con il becco: “sembra una gallina!!”.
Con un po’ d’ironia, cerco di ricordare se in qualche film di mafia io abbia mai visto che una gallina in una sacca possa rappresentare un messaggio mafioso. Magari, senza saperlo, abbiamo fatto un torto a qualcuno. Sono pronto a chiedere scusa pur di non avere sulla coscienza nessuna piccola Houdini galliforme.
Siamo confusi, non sappiamo cosa fare. Propongo di chiamare il nostro vicino. Lui è cacciatore e più abituato ad affrontare gli aspetti più crudeli e scatologici del rapporto fra uomini e animali. Arriva subito, indossando guanti da lavoro, coltello da cacciatore in tasca e un bastone. Gli chiedo se possiamo chiamare qualche servizio comunale e mi guarda sorridente come se gli avessi proposto di fare cento flessioni in quel momento, sotto il sole. Evita di umiliarmi (poteva benissimo dirmi qualcosa del tipo “si vede che vieni dal Nord, povero illuso”) e invece mi fornisce fatti: «L’anno scorso ho aspettato per quattro ore che quelli del comune venissero a prendersi dei cuccioli di cane che qualcuno aveva abbandonato qui stesso e mi hanno trattato come se fossero convinti che ero io stesso ad averli abbandonati, come se mi stessero facendo un favore.»
Spostiamo il sacchetto in mezzo al terreno abbandonato e lui lo taglia quel poco che basta per liberare due grosse e confuse galline che, probabilmente per essere malate, qualche bestia umana ha deciso di sopprimere in quel modo crudele e assurdo. Dopo un paio d’ore, rientrando a casa, non le abbiamo più viste. Non so se abbiamo fatto bene o male, né se c’erano altre soluzioni. Forse, se davvero erano malate, liberarle non era la cosa giusta da fare, e comunque credo che prima o poi sarebbero riuscite a liberarsi da sole. Ma di sicuro non potevamo sopportare di vedere quegli animali morire soffrendo sotto il sole in quel modo.
Era destino che le galline diventassero protagoniste della mia giornata e, qualche ora dopo, leggo su El País che nella città di Torrevieja (Alicante), l’amministrazione comunale non riesce a debellare la popolazione di galline che gira liberamente per le strade. Torrevieja è una di quelle città del Levante spagnolo che si sono sviluppate nel tardo-franchismo grazie alla costruzione di migliaia di appartamenti per stranieri e piccola borghesia spagnola. Non mi faccio scappare la lettura completa della notizia più divertente della giornata.
A quanto pare, qualche anno fa, un individuo non meglio identificato si fermò col suo furgone in una rotonda della città e liberò una quarantina di galline e qualche gallo senza alcuna motivazione. Come se si trattasse di una maledizione biblica, oggi sono più di settecento (da un calcolo approssimativo, perché non c’è un modo per censirle) e girano liberamente per la città senza rendere conto a nessuno.
Ovviamente all’inizio la cosa fu presa con simpatia dai vicini che scendevano da casa con buste piene di cibo per farle mangiare. Come molti altri fatti della vita, quello che inizia come un divertente fenomeno pittoresco può diventare un problema e gli amministratori hanno capito che devono mettere un punto alla convivenza: oggi sono settecento, ma niente impedisce che un domani possano diventare settemila. Le galline e i galli fanno rumore dall’alba al tramonto e non girano solo nei parchi, ma anche nelle strade, che attraversano senza aspettare il rosso né usare i passaggi pedonali (che in Spagna chiamiamo in un modo molto più chic: “paso de cebra”), costringendo gli automobilisti a pericolose e improvvise frenate.
La notizia racconta che l’azienda che aveva vinto il bando per catturare le galline a una a una per porre fine all’invasione si è dichiarata incapace di risolvere il problema. Da una parte hanno ammesso il costo enorme che avrebbe la cattura di così tanti animali senza poterli abbattere. Ci vogliono forse tre o quattro atleti disposti a tutto per acchiappare in uno spazio aperto una gallina che non ha voglia di essere catturata. Ma, oltre a questo, la società non era consapevole del fatto che, applicando la legge spagnola di protezione degli animali, una volta catturati gli uccelli, bisognava ospitarli e nutrirli in una struttura adatta. Probabilmente loro pensavano di poterli vendere a una fattoria per fare degli ottimi nuggets.
I funzionari sostengono che non c’è urgenza ma che devono trovare una soluzione. Mettendomi nella loro pelle, faccio una ricerca per capire se ci siano stati altri casi in passato e come li abbiano risolti.
E scopro che Torrevieja non è da sola: nell’isola di Key West (Florida) le galline urbane sono diventate parte integrante del paesaggio urbano e uno dei motivi per cui i turisti ci vanno. Sembrerebbe che dopo l’abolizione del combattimento di galli, i proprietari se ne siano liberati aprendo la porta dei pollai. O forse, si dice, è stato qualche cubano o spagnolo che le portò un buon giorno e le liberò, un po’ come l’individuo di Torrevieja. Anche qui, alcuni le adorano ma molti le considerano un problema a cui bisogna porre fine. Ma tutte le misure tentate finora non hanno avuto gli effetti desiderati.
Nell’elenco crescente di “Città del Mondo con Galline Libere per Strada”, c’è anche l’isola di Kauai, la quarta più grande nell’arcipelago delle Hawaii, che vanta una popolazione di migliaia di uccelli galliformi che girano senza essere disturbati. Ogni tentativo di controllo demografico è risultato un insuccesso. Ma più furbi, hanno fatto di necessità virtù, creando un brand di moda chiamato Kauai Chickens.
Trovo che questa sia un’opportunità persa per Trump e mi stupisce che nessuno sia riuscito a portare il dossier nello Studio Ovale. Lui saprebbe come porre rimedio a questa situazione in un paio di giorni, come sta già facendo con altri problemi del nostro mondo che nessun altro ha saputo risolvere prima di lui. La sua candidatura al Nobel per la Pace acquisirebbe per me, allora sì, un vero senso se lui trovasse il modo di risolvere il problema delle galline di Key West, Kauai e Torrevieja.
La mia originale giornata volge al termine e sono sazio di esperienze, letture e ricerche che hanno a che fare con le galline. Posso ritenermi soddisfatto. Trascorro le ultime ore della sera in compagnia di García Márquez e vado avanti gustandomi ogni riga di Cent’anni di Solitudine, libro che, con un grande senso di colpa, non avevo ancora letto e che, manco a dirlo, è pieno di episodi e citazioni che hanno a che fare con le galline.
Mi corico presto: il ponente porta fresco in veranda e resisto poco senza una felpa. Una volta infilatomi nel letto, so che leggere un paragrafo equivale a scalare una montagna, ma ci provo lo stesso. Il libro mi cade sul petto e sarà Stefania a chiuderlo, togliermi gli occhiali e darmi un bacio che appena percepirò.
La mattina dopo mi sveglio e non c’è bisogno di fare lo sforzo di provare a ricordare: il film del mio sogno affiora come una sorgiva. Ho trascorso delle ore a passeggiare nella città di Marsala, le cui case erano tutte blu, come le case di Macondo. Cammino sul lastricato marmoreo del centro, che qui si chiama Cassaro. La gente fa le vasche su e giù per le stradine, mischiata a moltissime galline che camminano con eleganza, talune da sole, altre in gruppo, con tanto di pulcini più o meno disciplinati, come fossero famiglie umane. Si salutano quando s’incrociano e si fermano a chiacchierare. Ci sono galline ferme davanti alle vetrine dei negozi e altre al bar, a mangiare il cibo che gli umani lasciano cadere vicino ai recipienti con l’acqua. La convivenza è perfetta e rispettosa. L’insegna di un negozio che vende galline è una promessa chiara: “Aureliano Segundo - Galline da Due Uova al Giorno - Garantito”.
A un certo punto, nel buio cortile di un vecchio palazzo nobiliare, vedo attraverso il suo arrugginito cancello socchiuso l’ombra di una grossa massa oscura muoversi come una palla informe. Mi fermo a guardare con attenzione: si tratta di un enorme sacco di plastica nero, pieno di galline sadicamente rinchiuse che lottano in agonia per cercare di bucare il duro materiale e far entrare un po’ di aria.
Il sogno non mi ha chiarito se queste povere bestie fossero state chiuse là dentro da un umano o da altre galline. Sono abbastanza sicuro che avrei voluto liberarle, ricordo il sofferente modo di muoversi, il sordo chiocciare, angosciante e isterico, ma non ho fatto niente per aiutarle. Forse per paura di fare un torto a un mafioso, o di essere pizzicato dal becco di un animale malato.
Il sogno è finito prima che riuscissi a prendere una decisione. La mia vescica irrequieta mi ha tolto dall’imbarazzo due minuti prima che suonasse la mia sveglia, era quasi ora che iniziasse il giornale radio.
Chissà se ci tornerò.
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