La tragedia di Gaza tra profezia, Diritto Fondiario e un equivoco teologico
di Katia Regina
Lo ha detto Moni Ovadia, lo preciso giusto per evitare di essere accusata di essere antisemita.
Ritengo che la sua levatura intellettuale e morale, forte della sua identità ebraica, possa fugare ogni dubbio:
"Ecco qual è il grande equivoco: i sionisti hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra"
potrebbe sembrare un ingenuo gioco di parole, e invece, questo scarto, tra ideale messianico e realismo politico, si è dimostrato un abisso. Oggi, al suo interno, si consuma la tragedia. E la cosa più crudele, e al contempo sarcasticamente assurda, è che lo sterminio di un popolo viene perpetrato per una causa la cui legittimità teologica è ancora in discussione nei circoli rabbinici più autorevoli. Un conflitto, dunque, che dovrebbe essere combattuto a colpi di Talmud, anziché massacrare innocenti disarmati.
Una contesa esegetica, due visioni religiose, diametralmente opposte, hanno fornito l'ossigeno teologico alla causa sionista e alla sua critica più radicale. Il paradosso di Gaza non è solo politico; è una guerra di successione rabbinica, dove gli F-16 sono usati per rafforzare un’interpretazione scritturale contro l'altra.
Questo sterminio non solo è condotto per un’interpretazione controversa, ma calpesta l'imperativo etico più fondamentale della Torah, quell’obbligo di ospitalità e umiltà contenuto nel Levitico (25:23) che Moni Ovadia ha messo in risalto:
"La terra non verrà venduta in perpetuità, perché la terra è mia... Tu ebreo abiterai quella terra come soggiornante straniero, anzi straniero soggiornante insieme allo straniero che godrà dei tuoi stessi statuti. Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto".
Se la terra è di Dio (Ki Li Ha'Aretz), nessun uomo, neppure l’Ebreo, ne detiene il titolo assoluto, ma vi risiede come "forestiero e residente provvisorio". Come è possibile che un popolo con questo monito etico nel suo codice fondativo si senta oggi autorizzato a privare un altro popolo, i Palestinesi, non solo della loro terra, ma persino del diritto alla sussistenza?
Mentre il dibattito su Terra Promessa contro promessa di terra continua a tenere banco nelle scuole rabbiniche, i risultati di questa disputa teologica sono misurabili non in capitoli talmudici, ma in carne e sangue.
Il risultato netto di questa presunzione suprematista, ossia quell'idea per cui la sacralità del progetto nazionale prevarrebbe sulla dignità universale, è la catastrofe umanitaria: oltre 60.000 morti palestinesi e un metodo di guerra che umilia ogni principio di etica ebraica o universale, affamando intenzionalmente una popolazione civile intrappolata.
Questo non è un equivoco da risolvere con un dibattito, ma un crimine da fermare. Moni Ovadia aveva già indicato l'unica via d'uscita morale da questo paradosso, rigettando il progetto nazionalista e suprematista per abbracciare l'unica soluzione compatibile con un'etica di giustizia universale: "uno stato con gli stessi diritti uguali identici per tutte le persone che lo abitano palestinesi ebrei drusi beduini uno stato laico democratico".
Finché la sovranità sarà percepita come diritto divino esclusivo e non come responsabilità universale condivisa, Gaza rimarrà il monumento tragico al giorno in cui la teologia fallì nel farsi disumanità.
Per maggiori approfondimenti suggerisco la lettura di questo articolo per orientarsi in questa complessa controversia teologica, la chiave di lettura risiede nella distinzione tra la dottrina del Sionismo Religioso di Rav Kook, che vede lo stato moderno come l'inizio della Redenzione (Atchalta De'Geulah), e l'Anti-Sionismo Ortodosso di Rabbi Joel Teitelbaum (Satmar Rebbe), che lo considera una trasgressione (Maamar Shalosh Shevuos).
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