Io Tarzan, tu Jane: la sintesi del pensiero espresso da un Ministro della Repubblica, e badate bene, non durante una cena tra tifosi, ma in occasione di una conferenza internazionale sul femminicidio. Mi assumo la responsabilità della sintesi. Ovviamente lui ha usato parole diverse, ha persino provato un'ardita formula più divulgativa riferendosi a maschietti e femminucce per meglio farsi capire da tutti e poter arrivare alla sua teoria: «il codice genetico dell'uomo non accetta la parità».
Davanti a tali perle di saggezza, emerge un problema di fondo: un uomo di Stato che riduce la violenza di genere a un ineluttabile difetto di fabbrica iscritto nel DNA del maschio, dimostra non solo una colpevole negligenza nell’affrontare i problemi sociali e culturali del Paese, ma anche un’imbarazzante ignoranza scientifica.
Non neghiamo che, in tempi lontanissimi, quando le scimmie imparavano a camminare, la selezione naturale favorisse l'aggressività e la dominanza per scopi riproduttivi o di sopravvivenza. Esistono studi che, sì, indicano una certa ereditarietà nel comportamento aggressivo (spesso legata al cosiddetto gene guerriero), ma questi stessi studi ci dicono due cose fondamentali: primo, che l’influenza genetica è al massimo del 50%, e il resto è dettato da ambiente, educazione e cultura; secondo, e qui sta il punto, che l'evoluzione culturale ha superato da ordini di grandezza quella biologica.
Caro Ministro, noi, nel frattempo, ci siamo civilizzati. Abbiamo inventato la ruota, la scrittura, la democrazia, l’acqua calda e, udite udite, il concetto di parità. Siamo usciti dalla foresta evolutiva. Affermare che un retaggio preistorico abbia la meglio sulla nostra capacità di ragionamento e sul nostro codice civile è come giustificare l'uso del randello perché ce l'abbiamo nel sangue.
Ma il vero capolavoro di superficialità, il più lampante strafalcione, il momento in cui si capisce che la sua preparazione su tali argomenti si limita a qualche lettura divulgativa distorta, arriva quando si tenta di giustificare la resistenza genetica come qualcosa che si annida nel subconscio. Qui il Ministro non fa solo confusione, ma un vero e proprio pasticcio tra psicologia e neuroscienze. Un conto è l’Inconscio Freudiano (o subconscio, che per la psicoanalisi rimanda a desideri rimossi, complessi ed esperienze rimosse), un costrutto psichico che nulla ha a che vedere con il DNA. Un altro, ben diverso, è la reazione istintuale mediata da strutture cerebrali arcaiche come l’amigdala, parte del sistema limbico.
In sostanza, il Ministro ha unito un concetto psicoanalitico (l’inconscio, luogo di complessi e traumi rimossi) a un meccanismo neurobiologico (l’amigdala, centro delle reazioni istintive) per dare una patina di serietà a un’affermazione da bar sportsulla genetica. È come dire che i problemi di fisica quantistica si risolvono con l'oroscopo. Perché si avventura in sentieri a lui ignoti? Perché non chiede un aiuto a qualche esperto prima di esporre le sue teorie in una sede istituzionale?
Provo ad azzardare una difesa, una improbabile relazione tra le due affermazioni; avete presente il lapsus freudiano? Ecco, probabilmente il suo inconscio gli ha suggerito questa teoria per smascherare la sua resistenza nel voler accogliere una parità di genere. In altre parole il problema è tutto suo e meriterebbe un intervento da parte di un professionista bravo. La sua salute psichica è importante per tutti noi, e non credo sia neppure il caso di specificare il motivo.
A dare manforte, o meglio, a fare da spalla comica a questa visione fatalista e biologica, è intervenuta la Ministra Roccella, la quale, pur riconoscendo la necessità di un cambiamento culturale (come invocato da Nordio per superare i presunti limiti genetici), ha subito messo le mani avanti sull'unica vera arma a disposizione: l'educazione.
La sua dichiarazione è stata lapidaria: «Non c'è correlazione tra l'educazione sessuale a scuola e una diminuzione di violenze contro le donne». Peccato che questa tesi ignori decenni di studi e il consenso di enti come l'UNESCO e l'OMS, che individuano proprio nell'Educazione Sessuo-Affettiva la strategia primaria e più promettente a lungo termine per sfidare gli stereotipi di genere e prevenire la violenza.
E qui il cerchio dell'assurdo si chiude: i Ministri ci dicono che siamo schiavi del DNA maschile, ma che l'unica via d'uscita è l'educazione; subito dopo, però, affermano che l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole, volta proprio a insegnare rispetto, consenso e parità (ovvero a sconfiggere il presunto retaggio biologico), è inutile.
In sintesi, i rappresentanti del Governo ammettono il problema, lo attribuiscono a un fattore immodificabile (la genetica), per poi negare l’efficacia dell'unico strumento modificabile (la cultura e l'educazione) per risolverlo. È un perfetto alibi politico: se la violenza è nel DNA e l'educazione non serve, allora l’unica responsabilità che rimane è quella dell’uomo singolo, e non dello Stato che dovrebbe investire in prevenzione e cambiamento culturale senza tirare in ballo consensi della famiglia per attuarlo nelle scuole.
La parità si impara, il rispetto si insegna, e la violenza di genere è una piaga sociale che si sradica con la cultura e non con le scuse. Un Ministro, prima di pronunciare sentenze pseudoscientifiche, dovrebbe provare a fare la fatica di evolversi... ops. volevo dire informarsi.
Consiglio di lettura: Il sesso del cervello. Vincoli biologici e culturali nelle differenze fra uomo e donna; di Catherine Vidal e Dorothèe-Browaeys, edizioni Dedalo
Da vedere, invece: Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto
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