Editoria di Stato: quando il decreto è così osceno che Mattarella deve fare l'editing
di Katia Regina
Siamo giunti a un punto di non ritorno nella gerarchia delle istituzioni: il Governo Meloni sembra aver convinto se stesso che Sergio Mattarella non sia il Presidente della Repubblica, ma un solerte correttore di bozze di lusso. Uno di quelli a cui mandi il file Decreto_Sicurezza_v3_BOZZA_FINALE_giuro.docx alle tre di notte, sperando che non si accorga delle oscenità giuridiche. Il problema non è solo la grammatica istituzionale, è l’ignoranza crassa – o forse la lucida malafede – di chi scrive leggi senza la minima contezza delle conseguenze.
Si pretende di arruolare un comparto di professionisti, dimenticando che avvocati e magistrati non sono soldatini agli ordini dell'esecutivo di turno, ma figure dotate di un'autonomia scolpita nella Costituzione. Evidentemente, non essendoci riusciti con il referendum sulla giustizia – sonoramente bocciato dai cittadini che hanno rispedito al mittente i sogni di sottomissione della toga – ora ci riprovano entrando dalla finestra, con la speranza che un premio in denaro possa fare vacillare qualcuno.
Non è la prima volta, e ormai abbiamo perso il conto delle perplessità del Colle: dai balneari alla gestione dei flussi, il Quirinale è stato declassato a Ufficio Revisione Manoscritti Impubblicabili. Mattarella è il senior editor che sospira davanti alla sgrammaticatura istituzionale, costretto a fare un pesante lavoro di editing su testi che, in una casa editrice seria, non supererebbero neanche lo screening della segreteria. Ricordiamo ancora il tentativo goffo nel Milleproroghe, dove hanno provato a infilare il rinnovo delle concessioni balneari sperando che, tra mille rinvii e diecimila commi, il refuso passasse inosservato per puro sfinimento o per un calo di zuccheri della redazione. O ancora il Decreto Caivano, dove la sicurezza è stata declinata con tale approssimazione giuridica da costringere il Colle a un gesto di rottura: niente correzioni a margine, ma un netto 'non pubblicabile'. Da riscrivere!
L'ultima trovata è un capolavoro di cinismo burocratico: un premio di produzione di 615 euro per gli avvocati che riescono a convincere i migranti a tornarsene a casa. In pratica, lo Stato propone al legale un patto faustiano: "Senti, invece di difendere il tuo cliente come imporrebbe quella noiosa etica professionale, perché non lo convinci che in fondo scappare da una guerra non è poi questo gran dramma? Magari mentre lui scappava il conflitto è pure finito e non gliel'hanno detto, o se proprio c'è la carestia, fagli presente che tra l'aria del deserto e il nostro sistema di accoglienza – che a tratti riesce a essere più letale della fame – tanto vale morire a casa propria con dignità". Ti diamo sei piotte e spicci, ed è subito rimpatrio volontario.
Siamo alla mutazione genetica della professione forense. L'avvocato non è più lo scudo del cittadino contro l'arbitrio del potere, ma diventa un agente di commercio del Ministero dell'Interno. Un esecutore d'ufficio che, invece di citare i codici, consulta il listino prezzi. Mattarella, da raffinato giurista qual è, ha dovuto tappare il naso e chiedere un correttivo immediato, perché l'idea di trasformare la difesa legale in una succursale dell'agenzia viaggi "Air Remigration" era un tantino troppo persino per i nostri standard post-costituzionali. E così hanno pensato di fare un De-cretino, che dovrebbe rettificare le storture del precedente, sempre che sia poi approvato.
Ma perché fermarsi qui? Se il principio è che si può risolvere un problema sociale pagando i professionisti affinché tradiscano la propria missione, le praterie del progresso sono infinite. Prendiamo la Sanità, quel cumulo di macerie che chiamiamo Sistema Sanitario Nazionale. Le liste d'attesa sono bibliche? La gente muore aspettando il risultato di un istologico? Ecco la soluzione per il prossimo decreto: l'Incentivo Salute Immaginaria.
Immaginate la scena: un medico riceve un paziente con un dolore sospetto al petto. Invece di prescrivere esami costosi che intaserebbero il sistema per i prossimi tre anni, il medico sfodera il suo miglior sorriso e dice: "Ma no, caro signore, è solo un po' di stress da eccesso di cittadinanza! Torni a casa, beva una camomilla e si convinca di stare benissimo". Se il paziente rinuncia all'accertamento, lo Stato versa al medico un bonus di 500 euro. Con buona pace del giuramento di Ippocrate.
Risultato? Liste d'attesa smaltite in un pomeriggio, bilanci in attivo e una popolazione che non si lamenta più (principalmente perché è passata a miglior vita, ma con molta discrezione). In fondo, questo governo ci sta insegnando una grande lezione di economia creativa: non serve risolvere i problemi, basta pagare qualcuno perché convinca la vittima che il problema non esiste, o che è meglio risolverlo altrove. Magari molto lontano da qui.
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