“Enfance/Cenere” al teatro Sollima. Il TAM di Massimo Pastore racconta il canto dell'infanzia prima che sia cenere
di Katia Regina
La lingua italiana, a volte, è troppo spietata. Ha suoni duri che non lasciano scampo. Se Massimo Pastore avesse intitolato il suo ultimo lavoro Infanzia/Cenere, avrebbe creato un muro. Due parole così, accostate, sbattono contro la sensibilità del pubblico come uno schiaffo prima ancora che il sipario si alzi; sanno di rogo, di perdita irrevocabile, di qualcosa di respingente. Scegliere il francese – Enfance – è un amabile inganno. È una carezza fonetica che ammorbidisce il colpo, che confonde lo spettatore e lo invita a entrare. Ma è solo un rinvio: chi conosce la storia del TAM (Teatro Abusivo Marsala) sa perfettamente che varcare quella soglia non sarà mai una passeggiata nel parco.
Nelle sale dove Pastore lavora da decenni, l'arte non è mai stata un ornamento borghese o un esercizio di stile. La sua è un'ostinazione antica, una tenacia che ai cinici può apparire persino ingenua, ma che in realtà è pura resistenza culturale: custodire le emozioni di una comunità, educare generazioni di giovani alla grammatica della verità scenica, anche quando i luoghi fisici per farlo mancavano. Il TAM fa un teatro primordiale, quello che non ha risposte da vendere, ma solo zone d'ombra da perlustrare.
Se ti siedi in platea prima del tempo, quando il teatro è abitato solo dal ronzio dei tecnici delle luci, dai sussurri dei fonici e dai passi nervosi degli attori, avverti una strana elettricità. L'adrenalina delle ultime prove si confonde con la paura primitiva di esporsi. Se provi a chiedere a questo gruppo di resistenti – come ho fatto io – «Perché fate teatro?», non ti risponderanno con teorie accademiche. Ti getteranno addosso pezzi della loro vita.
C'è chi recita semplicemente «per uscire dall'apnea» della quotidianità o «per puro svago», e chi ne parla come di un'esigenza biologica, un assoluto «come respirare». Per molti la scena è una terapia autogestita, un luogo «dove mi sento protetto», un «farmaco che cura le ferite» per «attivare una trasformazione interiore» o «riesumare aspetti della mia personalità». C'è chi voleva solo «esplorare un processo creativo e ne è rimasto intrappolato», e chi, nel profondo, cerca il palcoscenico per un bisogno squisitamente umano: «per poter essere finalmente visto, ascoltato», «per rinascere», «per sentirmi viva».
In queste confessioni non c'è finzione, c'è il nucleo di Enfance/Cenere.
Quando lo spettacolo comincia, la parola cede il passo ai corpi. Massimo Pastore costruisce una sequenza di quadri viventi di una bellezza che fa male. Al centro c'è la devastazione dell'infanzia negata, mortificata, tradita. Le madri in scena, avvolte in abiti neri che sembrano cuciti con la stessa materia della disperazione, si muovono come allegorie del lutto eterno. Il loro movimento è una danza sacra che unisce il dolore della perdita alla violenza di un amore incommensurabile.
Ogni quadro è una stanza della memoria che si apre sul vuoto. Lo spettatore resta attonito, smarrito nei meandri del proprio inconscio: riconosce quel dolore, lo avverte come un luogo familiare in cui ha già abitato, pur senza
ricordare quando. È un teatro disturbante perché costringe a un pianto silenzioso, a una commozione composta, quasi ci si dovesse vergognare di quella vulnerabilità improvvisa. Non sai di preciso perché stai piangendo, ma accade.
E in quel pianto senza nome si svela il senso profondo dell'operazione. Nel 1995, ritirando un premio a Caracas, lo scrittore Javier Marías pronunciò parole che sembrano scritte appositamente per questa messinscena del TAM: «Siamo fatti non solo di ciò che ci è accaduto, ma anche di ciò che non è accaduto e avrebbe potuto accadere, di tutto ciò che abbiamo scartato o che ci ha ignorato, di ciò che abbiamo lasciato andare o ci è sfuggito...».
Ecco perché quegli attori salgono sul palco per curarsi, per respirare, per essere visti. Perché il teatro è l'unico spazio rimasto in cui ciò che non abbiamo vissuto, le nostre ombre, i bambini che siamo stati e che sono stati traditi, hanno il diritto di esistere. Enfance/Cenere non è solo uno spettacolo: è il luogo in cui la finzione diventa l'unico modo umano per sopportare la realtà, trasformando la cenere in memoria viva.
In scena:
Giulia Arini
Laura Cavasino
Salvatore Crimi
Alessia Frazzitta
Elena Lamberta
Giovanni Lamia
Simo Lentini
Giulia Lo Bello
Francesca Marino
Salvatore Milazzo
Alessia Paladino
Antonio Paladino
e la partecipazione straordinaria di Adriana Parrinello
e con Andrea Linzitto

In collaborazione con:

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