La zuffa per lo stendardo: se Leonardo da Vinci spiega il Campo Largo
di Katia Regina
Ne avevo già parlato nel 2022 nel mio articolo Quando l'arte spiega la politica. Chi pensava che le geometrie impossibili di Escher rappresentassero il picco del masochismo progressista si sbagliava di grosso. Il Partito Democratico ha fatto scuola e, per non rischiare di perdersi da solo nei propri paradossi, ha deciso di allargare la prospettiva. Benvenuti nel Campo Largo, l'evoluzione politica del concetto di caos controllato. O meglio, di caos incontrollabile.
Se la scorsa volta avevo immaginato gli elettori di Sinistra smarriti dinanzi alle scale di Escher che non portano a nulla, oggi la sfida richiede un cambio di tela. Ci spostiamo idealmente a Firenze, dove la Tavola Doria – specchio fedele della perduta Battaglia di Anghiari leonardesca – ci restituisce la scena centrale del tumulto. Guardatela bene: uomini e cavalli ammassati in un unico, furioso groviglio dove i volti sono deformati dalla foga e le forze si annullano a vicenda. Non c'è una direzione, c'è solo la ferocia cieca di chi si azzanna non per vincere la guerra, ma per strappare lo stendardo dalle mani del proprio vicino di sella. È la dinamica perfetta del progressismo odierno: un'epica zuffa intestina in cui l'energia utile a contrastare l'avversario/alleato viene interamente consumata per stabilire chi debba tenere in mano una bandiera ormai ridotta a un brandello.
Corpi aggrovigliati, braccia alzate, volti paonazzi di rabbia. C’è chi urla, chi tira un ceffone, chi si difende da un nemico immaginario. E anche stavolta gli elettori di Sinistra vengono pervasi da un senso di totale disorientamento davanti a quel vertiginoso tumulto dove non si capisce chi stia picchiando chi, né per quale motivo sia iniziato il diverbio.
Ecco, la metafora perfetta per descrivere l'ultimo appuntamento in piazza del centrosinistra a Napoli.
La cronaca recente ci ha regalato uno spettacolo che definire grottesco è un atto di generosa diplomazia. Il Quartetto Cetra del progressismo nostrano – Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni – si è riunito sotto il sole annichilente di inizio luglio non tanto per presentare una visione di futuro, quanto per adempiere a quel tacito dogma riassunto mirabilmente dalla stessa segretaria: «Non potevamo non fare niente fino a settembre». Un diversivo estivo, insomma. Un modo come un altro per ammazzare il tempo, mentre i capigruppo mandavano precetti d'aula ai parlamentari con lo stesso entusiasmo di chi riceve una cartella esattoriale sul bagnasciuga di Pantelleria.
Il risultato? Un capolavoro di auto-sabotaggio. Invece di infiammare le piazze con proposte capaci di scuotere un elettorato ormai cronicamente disilluso, il Campo Largo è riuscito nell'ardua impresa di farsi un'imboscata da solo. Abbiamo assistito a leader di sinistra insultati e marchiati come fascisti da frange massimaliste dell'ultrasinistra, ed ex presidenti d'aula costretti a riscoprire la proverbiale cazzimma di strada per difendersi dai contestatori. La tesi ufficiale della vigilia era che bisognasse escludere Renzi e i centristi per non indispettire il popolo. Alla fine, il popolo – con o senza i puristi del neoliberismo – li ha presi a pernacchie lo stesso.
Mentre questo teatro dell'assurdo va in scena a cadenza settimanale, fuori dalla galleria d'arte la realtà picchia duro. In tutta Europa, e non solo, le destre – comprese quelle estreme, fino a ieri considerate impresentabili – avanzano spedite, sdoganate da un elettorato che cerca risposte basiche a problemi complessi. Oltreoceano, Donald Trump detta la linea globale del discorso pubblico, conferendo una sorta di licenza ufficiale a chi la spara più grossa. E il centrosinistra che fa? Discute di sedie vuote da lasciare al tavolo per i movimenti, come se la costruzione di un programma di governo fosse un'audizione per il sequel de La grande bellezza, dove ogni associazione cerca il proprio quarto d'ora di celebrità facendo fallire la festa degli altri.
Siamo oltre il paradosso geometrico. Se la scorsa volta proponevo di sostituire la "D" del simbolo del PD con il triangolo di Penrose per celebrarne l'inconsistenza strutturale, oggi per il Campo Largo serve un intervento più radicale. Suggerisco di adottare come simbolo direttamente una macchia di Rorschach. Ognuno ci vede dentro quello che vuole: Conte ci vede l'ennesimo autovelox per Renzi, la Schlein una mozione unitaria e astratta, Fratoianni una barricata; l'elettore medio ci scorge solo un gigantesco punto interrogativo. È l'illusione della coalizione: un'entità di cui si discute continuamente nei talk show, a cui si vorrebbe disperatamente credere, ma che si concretizza solo attraverso una foto in trattoria dove i presenti appaiono sorridenti, perché a sinistra vige il politicamente corretto anche durante la battaglia.
Ai dirigenti impegnati nell'ennesimo cantiere della rinascita progressista non resta che un consiglio: continuate pure a litigare su chi debba fare il leader di una coalizione che non esiste. Nel frattempo, gli elettori rimasti, stanchi di guardare quadri impossibili e veleni serviti dentro calici luccicanti, hanno già smesso di cercare una via di fuga. Hanno semplicemente spento la luce e cambiato museo.
Consigli per la lettura (e la sopravvivenza):
- La psicologia delle folle di Gustave Le Bon (per capire come non si gestisce una piazza);

Consigli per la visione:
Crozza De Luca sul Campo Largo del PD, perché non lo chiamano coalizione?
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