Su Erri De Luca: il valore delle ferite e il peso delle parole
di Katia Regina
Caro Erri, ti do del tu perché è così che ci si rivolge a chi, attraverso le pagine di un libro, si è seduto accanto a noi nei momenti di solitudine. Da te ho imparato a dare importanza a dettagli che altrimenti sarebbero scivolati via invisibili: mi hai insegnato che quando si indica un quantitativo di persone, quei numeri pretendono la dignità di essere scanditi con le lettere, e non liquidati in fredde cifre arabe. Ho imparato a sollevare lo sguardo per riconoscere il nome del vento che asciuga i panni stesi sul balcone.
Una volta mi è anche successo, leggendo Il peso della farfalla, di sentire un nodo insostenibile alla gola. In quella tua ballata di solitudini racconti del re dei camosci, rimasto orfano fin da piccolo perché sua madre era stata abbattuta da quello stesso cacciatore che ora lo bracca. Scrivi che nelle narici del cucciolo rimasto solo si conficca per sempre l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Davanti a quella spietatezza e alla solenne, tragica fine di quel duello in quota, ho sentito una commozione profonda che mi ha spinta a dire un "no" silenzioso ma disperato. Mi avevi convinta, volume dopo volume, che la tua fosse una sensibilità rara, una sentinella posta a difesa di ogni minima frazione di vita. Nella tua splendida Considero valore, scrivevi: «Considero valore tutte le ferite».
Ed è proprio in virtù di quella ferita custodita che oggi, davanti alle tue ultime dichiarazioni, sono rimasta ferma. Sgomenta.
In una recente intervista rilasciata a un noto giornale israeliano, hai scelto di definirti sionista, arroccandoti dietro il significato etimologico e storico del termine, inteso come il diritto originario di un popolo a una patria. Ma la storia non vive nei dizionari: si muove nelle strade, sanguina nel presente. Come può un uomo che vive di parole, un traduttore della Bibbia e uno studioso di lingue antiche, non vedere che oggi quel termine è stato svuotato, totalmente storpiato e fascistizzato dalle azioni dell'attuale governo israeliano?
Ancora più inaccettabile è stato sentirti respingere la parola genocidio per ciò che sta accadendo a Gaza, liquidando il massacro con la giustificazione che la popolazione veniva avvisata con i volantini o i messaggi prima degli attacchi. Un avviso non salva chi non ha mezzi per fuggire, chi è intrappolato in una prigione a cielo aperto, chi muore di stenti e di fame mentre la terra brucia.
Tu che hai tradotto le Scritture dall'ebraico antico e ci hai insegnato a guardare dentro la carne delle parole, hai ricordato che nel testo biblico il sangue di Abele non viene indicato al singolare, ma al plurale: i sangui. Perché quando si uccide un uomo, si uccide anche tutta la discendenza che da lui non potrà più nascere. E hai aggiunto che quel sangue, nel testo originale, non grida al presente indicativo, ma «è gridante», espresso con un participio presente che fissa l'azione in un tempo infinito, a oltranza. Ci hai spiegato con tanta commozione che il dolore delle vittime non scade mai, che ogni sangue versato continua a gridare ininterrottamente sotto i nostri piedi oggi stesso... come fai, proprio tu, a non sentire il grido dei sangui di Gaza? Come puoi oggi accettare che quel gemito eterno di generazioni interrotte venga ridotto a un dettaglio burocratico, a un semplice preavviso di sgombero?
E qui il pensiero torna inevitabilmente al tuo camoscio orfano. Come lui, migliaia di bambini palestinesi che oggi sopravvivono ai bombardamenti porteranno conficcato nelle narici, per tutta la vita, l'odore di chi ha sterminato le loro famiglie e polverizzato il loro futuro. Quell'odore di polvere da sparo e macerie non svanirà con un trattato di pace, se mai ci sarà.
La reazione della rete è stata un linciaggio brutale, un coro rabbioso da cui prendo fermamente le distanze. Altri invece ti hanno difeso per il solo piacere di dare contro a quella parte di Sinistra che definiscono illiberale. Qualcuno ha gridato alla censura quando l'organizzazione del festival Salerno Letteratura ha deciso di escluderti dal discorso inaugurale di questa edizione. Ma non si è trattato di censura: è stata la dolorosa presa d'atto che la tua presenza in quel ruolo non fosse conciliabile con i valori di uno statuto nato per unire i popoli attraverso la cultura. "Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me" hai dichiarato, e proprio non riesco a commentare un simile delirio di onnipotenza.
Eppure, io non mi unirò a chi oggi vorrebbe bruciare i tuoi libri. Non si brucia la bellezza che si è ricevuta. Ma posso sentirmi delusa? Posso vivere questo momento con il pacifico e profondo sconforto di chi si sente tradito da un amico carissimo? È stato come vedere mia figlia, da sempre animalista e vegana convinta, dare un calcio improvviso e violento a un cucciolo in difficoltà.
Forse sono caduta nella trappola di chi pensa di conoscere un uomo solo perché ne ha letto l'opera. Allora sono andata a riguardare la tua intervista a La confessione su RaiPlay. E riascoltandoti oggi, con il senno di poi, ho cominciato a scorgere i segnali. Quell'intransigenza antica, quel modo assoluto e talvolta distaccato di guardare alle vicende umane, la rivendicazione di un passato speso dentro posizioni ideologiche d'acciaio. Come quando, parlando degli anni di piombo e della tua militanza in Lotta Continua, hai dichiarato con glaciale lucidità che in quella stagione della vita avresti potuto essere tu stesso l’assassino del commissario Mario Calabresi, che era solo una questione di turni e di coincidenze. I campanelli d'allarme c'erano sempre stati, ma avevo preferito ignorarli, troppo certa che la poesia della tua scrittura, capace di tanta pietà per i dettagli del mondo, coincidesse in tutto e per tutto con la tua postura presente. C'era già, in quel rivendicare il passato per pura coerenza astratta, la radice del distacco di oggi.
Siamo fatti di moltitudini, e convivono in noi spinte contrarie che non sempre riusciamo a conciliare. A volte l'intellettuale e l'uomo si separano bruscamente, lasciandoci a fare i conti con lo spazio vuoto che resta nel mezzo.
In E disse scrivevi che «l'impresa maggiore sta nell'essere all'altezza della terra, del compito assegnato di abitarla». Questa volta, caro Erri, sei voluto rimanere sulle altezze astratte delle tue definizioni, ma quaggiù la terra è coperta di macerie. Resta la sensazione di chi ha scalato una montagna seguendo una guida sicura, guardando fermamente verso la cima, per poi accorgersi, una volta arrivato in vetta, che la nebbia ha inghiottito la valle sottostante. La guida è ancora lì, ferma sul suo picco di roccia ideale, ma quaggiù, dove gli innocenti continuano a cadere, il sentiero della compassione si è perso nel buio.
Ps. nei giorni scorsi è stato srotolato in piazza Duomo a Milano un sudario lungo quasi 30 metri coi nomi dei quasi diciannovemila bambini morti a Gaza dall'inizio del conflitto con Israele. Ecco, volevo solo aggiungere che alla dignità di indicare il numero di persone per esteso e con le lettere penso sia il caso di leggere i singoli nomi delle vittime.
Consiglio per la lettura: La colpa del soldato (Erri De Luca, 2012). Perché è tra queste pagine che lo scrittore ha esplorato con millimetrica precisione il dramma di chi resta intrappolato dentro una rigida linea di condotta, e il dolore di chi, amandone la storia, si trova improvvisamente a fare i conti con la sua ombra.
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