Da qualche giorno, nel cuore di Piazza 15 Gennaio 1968 a Gibellina, c’è un albero che si muove. O meglio: una panchina mobile che porta al centro una pianta di terebinto. Si chiama Walking3 ed è il prototipo di “Verde Conviviale” realizzato durante un intervento di placemaking tattico che ha trasformato la città in un laboratorio di partecipazione urbana.
Il gesto è semplice, ma non decorativo. Una seduta, una pianta, uno spazio in cui fermarsi. In una città come Gibellina, costruita dopo il terremoto del 1968 e segnata da un rapporto fortissimo tra arte pubblica, architettura e memoria, anche una piccola installazione temporanea può diventare una domanda sul futuro.
Il progetto è nato da un percorso partecipativo avviato ad agosto, con un sondaggio online rivolto ai cittadini sui bisogni e i desideri per la città. Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, quel processo è diventato azione urbana: professionisti, ricercatori e attivisti italiani e internazionali sono arrivati a Gibellina per un intervento di “Urban Guerrilla”, promosso e finanziato dal Bosch Alumni Network e dalla Fondazione Robert Bosch di Stoccarda.
L’obiettivo era sperimentare nuove forme di uso dello spazio pubblico. Non grandi opere, ma pratiche leggere, mobili, reversibili, capaci di aprire possibilità. È questa la logica del placemaking tattico: intervenire in modo concreto e immediato sui luoghi, coinvolgendo le comunità e misurando dal basso ciò che può funzionare.
Walking3 è stato costruito collettivamente con la guida dell’architetto Ivan Iosca, co-direttore dal 2016 al 2024 del festival Luci e Suoni d’Artista di Ruvo di Puglia. Realizzato con legno e materiali naturali, il prototipo è pensato come una panchina mobile capace di portare ombra, verde e relazione dove lo spazio urbano ne ha bisogno.
A Gibellina, il tema non è marginale. La città nuova è nata da un progetto radicale, con opere d’arte e architetture che hanno provato a rispondere alla distruzione del sisma. Ma una città non vive solo di monumenti e grandi segni. Vive anche di luoghi quotidiani, spazi di sosta, possibilità di incontro, piccole pratiche di cura.
Attorno alla struttura si sono svolti laboratori di land art, simulazioni ambientali e momenti di ascolto. Bambini, giovani e adulti hanno espresso desideri molto concreti: la riapertura della piscina provinciale, laboratori di politica, corsi per imparare a gestire i beni comuni, attività per riconoscere le fake news, il ritorno del “Cinema sotto le stelle”.
È forse questo l’elemento più interessante dell’iniziativa. L’arte e il design urbano non sono rimasti su un piano astratto. Sono diventati occasione per far emergere bisogni reali: luoghi per stare insieme, strumenti per capire la contemporaneità, spazi culturali da riattivare, servizi da recuperare.
In questo senso, il Walking3 è meno un oggetto e più un metodo. Non risolve da solo i problemi della città, ma indica una direzione: ascoltare, costruire insieme, provare, spostare, correggere, immaginare.
Tra i momenti più intensi del fine settimana c’è stata la presentazione del podcast pilota “Female Face of Gibellina” della giornalista bosniaca Lidija Pisker. Il progetto raccoglie le voci delle donne gibellinesi e le intreccia in una camminata urbana attraverso luoghi significativi della città nuova.
La ricerca di Pisker nasce in dialogo con “Female Face of Zenica”, progetto realizzato in Bosnia nel dopoguerra, e mette al centro le memorie femminili come parte essenziale della storia urbana. Non la città raccontata soltanto attraverso piani, architetture e istituzioni, ma attraverso chi l’ha abitata, attraversata, custodita e trasformata nel quotidiano.
A Gibellina questo sguardo ha un peso particolare. La memoria della ricostruzione è stata spesso raccontata attraverso le grandi opere, i nomi degli artisti, la visione di Ludovico Corrao, il Cretto di Burri, il sistema dell’arte contemporanea. Il racconto delle donne permette di aggiungere un’altra trama: quella delle case, dei trasferimenti, delle relazioni, della cura, delle fatiche ordinarie dopo una frattura collettiva.
Durante l’iniziativa, il sindaco Salvatore Sutera ha incontrato gli organizzatori, esprimendo gratitudine per un percorso partecipato e centrato sulle esigenze reali della città e dei suoi abitanti.
Tra i promotori delle attività c’era anche Giuseppe De Simone, gibellinese e co-coordinatore per l’Italia del Bosch Alumni Network. Le sue parole restituiscono il senso dell’intervento: “Gibellina, come sempre, dimostra maturità, apertura e visione. Torneremo, se possibile, per implementare alcune delle idee nate dal confronto con i miei concittadini. Il Walking3 è solo un inizio: è un invito a pensare la città come spazio vivo, da abitare, da spostare, da coltivare”.
All’evento ha partecipato anche il regista romano Emanuele Svezia, a quasi vent’anni dal suo documentario “Earthquake ’68 – Gente di Gibellina”, confermando il legame tra arte, memoria e territorio. La sua presenza ha richiamato un altro livello della storia cittadina: Gibellina come luogo continuamente osservato, raccontato, interrogato da artisti, studiosi e documentaristi.
L’intervento di ottobre arriva in una fase importante. Gibellina sarà Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2026 con il programma “Portami il futuro”, un progetto che punta sul ruolo dell’arte come motore di rigenerazione sociale e partecipazione. In questo quadro, esperienze come Walking3 diventano segnali utili: la contemporaneità non può essere solo calendario di eventi, deve diventare pratica urbana.
La sfida è proprio questa. Gibellina ha una storia unica, ma anche complessa. È città-simbolo, città-museo, città-laboratorio. Tuttavia, perché questa identità resti viva, deve continuare a confrontarsi con i bisogni di chi la abita oggi.
Una panchina mobile con un terebinto al centro non cambia da sola il destino di una piazza. Ma può modificare lo sguardo. Può suggerire che lo spazio pubblico non è qualcosa di dato una volta per tutte. Può essere ripensato, spostato, curato, attraversato in modo diverso.
A Gibellina, dove l’arte ha spesso avuto dimensione monumentale, il Walking3 introduce una scala più minuta e quotidiana. Non sostituisce la grande visione, ma la riporta vicino ai corpi: sedersi, parlare, fare ombra, ascoltare, immaginare insieme.
È da gesti così che una città può tornare a interrogarsi sul proprio futuro. Non solo attraverso ciò che espone, ma attraverso ciò che permette ai cittadini di fare, chiedere e condividere.
Ines D’Orazio