Addio a Giorgio Forattini, la matita che ha disegnato l’Italia
È morto Giorgio Forattini, il vignettista che per decenni ha raccontato l’Italia con una matita affilata come un bisturi e uno sguardo che non risparmiava nessuno. Autore satirico fra i più letti e discussi, ha attraversato quarant’anni di storia politica con un’ironia feroce e lucidissima, capace di colpire al cuore tanto i potenti quanto i benpensanti.
Indimenticabile la sua vignetta dopo la strage di Capaci, nel maggio del 1992: un’Italia in lutto, travolta dalle macerie e dal sangue di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta. Forattini scelse la via del paradosso visivo — un Paese inginocchiato, ma ancora vivo, con lo Stato che piange sé stesso — per dire quello che i giornali non osavano dire apertamente: che la mafia non aveva ucciso solo degli uomini, ma la fiducia dei cittadini nella Repubblica.
La vignetta fece il giro del mondo e divenne un simbolo: la satira, in quel momento, seppe farsi memoria civile.
Quando Trapani “non aveva la mafia”
Anche Trapani finì sotto la sua matita, e in una delle sue tavole più taglienti. Era il 1985, poco dopo la strage di Pizzolungo, in cui morirono Barbara Rizzo e i suoi due bambini, Giuseppe e Salvatore Asta, al posto del giudice Carlo Palermo. Il sindaco di allora, Erasmo Garuccio, ebbe la sventurata idea di dichiarare pubblicamente che “la mafia a Trapani non esiste”.
Forattini rispose con una vignetta entrata nella storia: un uomo con la testa sotto la sabbia, circondato da lupara e cadaveri, sotto la scritta “Trapani: qui la mafia non esiste”. Un colpo secco, satirico e spietato — ma anche una lezione di giornalismo civile.
La sua eredità
Forattini è stato tutto: disegnatore, moralista, provocatore, cronista dell’assurdo. Con il suo tratto inconfondibile e un’ironia spesso scandalosa, ha raccontato la Prima Repubblica, le sue rovine e i suoi fantasmi. Ha deriso Craxi e Berlusconi, Andreotti e D’Alema, ma anche gli italiani comuni, quella “massa confusa” che lui chiamava “il popolo del conformismo”.
Diceva: “La satira non deve piacere. Deve far pensare, e qualche volta far male.”
Il segno di una matita
Oggi che Giorgio Forattini non c’è più, restano le sue vignette a ricordarci che ridere non significa sdrammatizzare, ma capire. E che una matita, quando è usata con onestà e coraggio, può fare più rumore di una bomba.
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