Referendum costituzionale: quando la democrazia sconfina nell'assurdo
di Katia Regina.
L'unica conclusione cristallina che emerge dalla diatriba sul referendum costituzionale in materia di giustizia non riguarda il merito delle riforme, ma la manifesta irrazionalità del meccanismo stesso.
È tempo di riformare l'Articolo 138 della Costituzione. Non hai convinto i due terzi del Parlamento sulla necessità di un cambiamento epocale? Stop! La legge non passa. Punto.
Cosa chiamiamo a fare i cittadini a esprimersi su un argomento così tecnicamente complesso e abissalmente specialistico? Pretendere che il cittadino medio, pur animato dalle migliori intenzioni, si informi, segua dibattiti e si sforzi di comprendere i meandri del sistema giudiziario, è proprio dove casca l'asino. E badate bene, l'asino non è solo quel 35% di italiani schiacciati dall'analfabetismo funzionale: gli asini siamo tutti. Siamo noi, non addetti ai lavori, che non abbiamo studiato giurisprudenza, che non viviamo le dinamiche tossiche del sistema.
A scorrere la riforma punto per punto, si annaspa. Alcune proposte, come il sorteggio dei membri togati del CSM, suonano persino seducenti, offrendo l'illusoria speranza di sconfiggere il cancro delle correnti politiche. Ma il referendum è un atto binario: prendere o lasciare l'intero pacchetto.
E così, bisogna ingoiare anche la pillola della separazione delle carriere. Una proposta che, tecnicamente, non è sbagliata, ma che assume un odore acre se promossa da un Ministro che, fino a ieri, si professava fiero sostenitore dell'unità della magistratura e che oggi ne promuove lo scisma, usando, paradossalmente, la stessa motivazione: la vera garanzia di legalità. Ecco, qui si sente un effluvio insopportabile. Chiamatela pure paranoia, ma per me questa è puzza di zolfo.
Un altro caposaldo della riforma è l'eliminazione della promiscuità tra chi accusa (PM) e chi giudica (Giudice). Ma di quale promiscuità stiamo parlando? Di un problema pressoché inesistente e già fortemente ridimensionato dalla riforma Cartabia. Stiamo parlando di poche decine di migrazioni interne in cinque anni.
Davvero si riscrive la Costituzione, si istituiscono due CSM distinti (con la prospettiva di un'Alta Corte Disciplinare), con relativi e notevoli costi aggiuntivi, per sanare un flusso migratorio interno che è già fermo? Non è solo uno spreco: è la beffa di un intervento chirurgico radicale per curare un raffreddore.
Come può un cittadino onesto orientarsi, svincolandosi dalle opposte tifoserie politiche per non ridurre la scelta a una pura battaglia ideologica?
Si tenta la via dell'affidabilità: ascoltare i magistrati. E si finisce in un cortocircuito paralizzante: Gratteri è contrario, Di Pietro è favorevole, Borsellino era contrario, ma Falcone non era così netto... non se ne viene a capo.
Per trovare una bussola, ho cercato l'opposto: ho individuato un personaggio la cui approvazione mi provocherebbe un'orticaria ideologica immediata. E l'ho trovato subito: Licio Gelli. Il suo "Piano di Rinascita Democratica" individuava proprio nella separazione tra accusa e giudizio il punto centrale di un più ampio disegno che mirava a ridimensionare il ruolo e l'autonomia del potere giudiziario rispetto al potere politico e amministrativo. È in quel più ampio disegno che la puzza di zolfo si fa insopportabile e chiara. A questo punto, chi obietta ricordando che fu Mussolini a mantenere l'unità della carriera (con il Regio Decreto del 1941) non fa che aumentare la confusione e il disorientamento.
E allora, cosa resta? Resta una sola e amara riflessione che dovrebbe mettere d'accordo quanti non sanno come orientarsi. Nessuna riforma, per quanto tecnicamente perfetta o radicale, potrà mai trasformare un funzionario della giustizia in una persona per bene, onesta intellettualmente, scrupolosa nel suo lavoro ed equidistante nel giudizio. Chi non è così con l'attuale sistema, troverà il modo per storcere le regole anche dopo la riforma, dribblando e aggirando norme per i propri interessi o quelli dei suoi amici.
La giustizia italiana va riformata, è ovvio, intervenendo sui fattori che ne impediscono la normale amministrazione. Ma per favore, non chiedete ai cittadini di sostituirsi al Parlamento su argomenti così delicati e ostici. Se chi propone una riforma della Costituzione non ha convinto i due terzi del Parlamento sulla bontà nel merito della proposta... Stop! La legge non passa. Punto.
Consigli per la lettura, a proposito di Licio Gelli: La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, edizioni Chiarelettere
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