La vicenda giudiziaria del gastroenterologo Sebastiano Bavetta, il medico che il 3 novembre 2020 diagnosticò il tumore a Matteo Messina Denaro con una colonscopia eseguita nel suo studio di Marsala, attraversa un anno di svolte rapide e contrastate. Quattro mesi – da luglio a ottobre – in cui la Procura ha chiesto il carcere, il Gip ha detto no e il Tribunale del Riesame ha respinto il ricorso dei magistrati.
Lo racconta oggi Live Sicilia. Al centro della disputa: l’ipotesi di favoreggiamento aggravato. Secondo l’accusa, Bavetta avrebbe garantito al boss latitante non solo cure, ma anche una sorta di “corsia preferenziale”, pur sapendo chi si celasse dietro il falso nome di Andrea Bonafede. Per i giudici, però, la consapevolezza non è dimostrata.
Il no del Gip: «Trattamento di favore sì, ma non sapeva chi fosse»
A luglio, il giudice per le indagini preliminari Filippo Serio aveva riconosciuto che qualcosa di anomalo nella gestione del paziente c’era stato. Scriveva infatti che Bavetta aveva mostrato una “speciale sollecitudine” e aveva percepito onorari più alti del normale. Ma mancava un punto fondamentale: la prova che sapesse di avere di fronte Matteo Messina Denaro, ancora latitante.
Secondo la difesa – affidata agli avvocati Massimo Motisi e Gaetano Di Bartolo – non c’è stato alcun favoreggiamento, ma un intervento rapido e dovuto per un paziente gravemente malato che aveva bisogno di cure immediate.
Le visite, la colonscopia e il nodo delle telefonate
Il referto che ha portato alla diagnosi del tumore è stato trovato nel covo di Campobello di Mazara, lo stesso in cui gli investigatori hanno raccolto appunti, numeri e indicazioni sul percorso medico affrontato dal boss.
A fissare gli appuntamenti era stato Giovanni Luppino, l’autotrasportatore arrestato insieme al capomafia alla clinica La Maddalena: un nome a cui Bavetta era già abituato, visto che Luppino – e un suo familiare – in passato si erano rivolti a lui come pazienti. Anche questo elemento, secondo la difesa, rientra nella normalità.
I carabinieri del Ros hanno ricostruito due visite nel mese di ottobre 2020, seguite dalla colonscopia del 3 novembre, che rivelò la presenza dell’adenocarcinoma. Bavetta, dicono i testimoni, sollecitò con particolare urgenza l’esame istologico.
Le anomalie evidenziate dai pm si concentrano sull’assenza di annotazioni nell’agenda degli appuntamenti e sulla presenza di telefonate tra il medico e il boss. Elementi ritenuti sospetti dagli investigatori, ma giudicati insufficienti da Gip e Riesame.
La lettera dal carcere e l’ammissione del boss
A incastrare la cronologia delle cure è anche una lettera che Messina Denaro scrisse nel giugno 2023 a Maria Mesi, la compagna degli anni Novanta. Nella missiva raccontava di aver scoperto il tumore “alle 18.10 del 3 novembre 2020”. Un dettaglio che coincide perfettamente con la colonscopia eseguita da Bavetta.
Il chirurgo, l’operazione e il percorso clinico
Dopo la colonscopia, fu Bavetta a mettersi in contatto con il chirurgo Giacomo Urso, che operò il boss all’ospedale di Mazara del Vallo. Urso – oggi primario al Civico di Palermo – non aveva alcuna conoscenza della reale identità del paziente, ammesso in ospedale il 5 novembre, operato il 9 e dimesso il 13.
Nel covo fu trovato anche un biglietto con la scritta “Colon 1.000 euro”. Una cifra considerata sospetta dagli inquirenti, perché molto più alta della tariffa usuale del medico. Anche qui la difesa ha sottolineato la totale mancanza di un collegamento diretto tra l’appunto e Bavetta.
Il Riesame: nessun arresto
La Procura aveva insistito nel chiedere il carcere, sostenendo che il quadro probatorio fosse sufficiente. Ma il Tribunale del Riesame, presieduto da Antonia Pappalardo, ha respinto il ricorso, confermando il no alla misura cautelare.
Una decisione che ricalca la valutazione del Gip: non ci sono indizi gravi per sostenere che Bavetta fosse consapevole di trattare con il boss latitante.