La miniserie Rai L’Invisibile ha un obiettivo ambizioso: distruggere il mito di Matteo Messina Denaro celebrando il lavoro investigativo dei Ros. “Questa non è solo la caccia al latitante – dice il colonnello Gambera - è proprio la distruzione di un mito. Finché rimane libero, vince lui”. Un mito che, nel corso dei tre decenni di latitanza, è stato alimentato soprattutto dalla sua imprendibilità. Catturarlo dopo trent’anni però non basta ad assolvere un fallimento così prolungato.
Ecco perché nasce l’esigenza di dimostrare che Messina Denaro fosse peggio degli altri mafiosi. Ma nel tentativo di rendere il “cattivo” ancora più odioso, la fiction imbocca una strada pericolosa che rischia di produrre l’effetto opposto.
Ecco perché al ragazzo del Malaspina che aveva detto che il boss era il suo mito perché “nessuno riesce a prenderlo e fa quello che gli pare”, viene mostrato un video con le immagini delle stragi e del piccolo Di Matteo e gli viene detto: “L’uomo che tu ammiri tanto ha fatto tutto questo, tra cui sciogliere questo bambino nell’acido, che potrebbe essere tuo fratello. Pensi ancora che sia il tuo idolo?”. E nella serie, dopo che Messina Denaro getta nell’acido il cappellino del piccolo Giuseppe, Gambera si chiede: “Come si perdona questo?”.
Nella realtà, il boss in quel luogo non c’era. Sebbene condannato come mandante del sequestro, la decisione di uccidere il bambino fu di Giovanni Brusca. E gli esecutori materiali furono Vincenzo Chiodo, Giuseppe Monticciolo ed Enzo Salvatore Brusca. Oggi sono tutti uomini liberi, inseriti nel programma speciale di protezione gestito dal Ministero dell’Interno, con una nuova identità e un sussidio economico per il reinserimento sociale. Insomma, la fiction ha riscritto i fatti per fini narrativi e, se così si può dire, di distruzione del mito.
Poi c’è l’enigma della foresta, che si rivela un’intuizione “rubata”.
Uno dei momenti più suggestivi della fiction è l’intuizione del colonnello Gambera, mentre gioca a nascondino con i figli, tra gli alberi: “Dove si nasconde un albero? Nella foresta!”. Nella serie, questa frase dà il via a una pioggia di arresti per fare terra bruciata attorno al latitante. L’ironia? Nella realtà, questa metafora appartiene proprio a Messina Denaro. È stato il boss, durante gli interrogatori, a spiegare come sia riuscito a vivere indisturbato a Campobello di Mazara (“Se vuoi nascondere un albero, piantalo in una foresta”), mimetizzandosi tra la gente comune e diventando invisibile proprio perché sotto gli occhi di tutti.
Infine c’è la cattura.
L’arresto del 16 gennaio 2023 non è stata una messinscena, come alcuni sostengono. Messina Denaro non si è consegnato, ma è stato tradito dalla malattia. Il tumore lo ha costretto a esporsi per le cure, permettendo agli investigatori di individuarlo in quella foresta che lo aveva protetto per trent’anni. Si è ammalato, con la consapevolezza di non avere ancora molto da vivere, di avere bisogno di cure e di voler essere sepolto nella sua Castelvetrano, vicino il padre. È dopo l’abbassamento della guardia che l’albero ha cambiato il colore delle sue foglie. E a questo punto, chi guardava la foresta dall’alto lo ha trovato.
Cosa rimane, di questa miniserie?
Rimane una fiction fatta bene, godibile, che emoziona. Ma con un difetto: l’esigenza di distruggere il mito produce una narrazione funzionale a rappresentare il boss più colpevole di quello che è. Un’esigenza che risuona da diversi anni anche nelle conferenze a scuola: “Messina Denaro non ha avuto scrupoli nell’uccidere un bambino e scioglierlo nell’acido – si dice spesso – Non ci ha pensato due volte a piazzare una bomba a Firenze per uccidere una bimba di pochi mesi”.
Peccato però che così si perda credibilità. E al posto di distruggersi, il mito rischia invece di essere rafforzato. Soprattutto nei territori dove l’ammirazione per il boss è più presente, ma è accompagnata anche da una più capillare informazione. E mettere il carico da novanta per trasformare il cattivo in uno ancora più cattivo, non è mai una buona idea. Un’accusa non vera, finisce per far diventare false anche tutte le altre, trasformando Messina Denaro in un innocente.
La speranza è che questa “miniserie” di articoli possa aver contribuito a fornire qualche strumento in più per distinguere meglio l’intrattenimento dall’informazione.
Egidio Morici
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