La serie tv de L’Invisibile, sulla cattura di Matteo Messina Denaro è una bella storia poliziesca che, lontano dal mitizzare il boss, ci presenta anzi il punto di vista dei membri della squadra che lo ha catturato e delle loro famiglie. Ritmo, azione e sentimento. Un mix vincente che intrattiene. Sì, intrattiene, ma non informa, fatta salva la parte relativa alle modalità della cattura.
Ed in effetti, le puntate su Rai Uno iniziano con un avvertimento preciso (per chi almeno è abituato a leggere anche le scritte che precedono le immagini). E cioè che la serie è una ricostruzione narrativa con elementi rielaborati a fini drammatici. Il problema è che chi non conosce le vicende rischia di fare confusione tra cosa è stato rielaborato e cosa no. E magari si convince di vedere delle ricostruzioni fedeli alla realtà, anche sul ruolo preciso che Messina Denaro ha avuto nei diversi avvenimenti che hanno toccato l’intero Paese.
Ora, se le operazioni della cattura, nella miniserie, sono rappresentate nel modo più fedele possibile, il resto lascia molto a desiderare.
E quando la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati parla di un rigoroso lavoro di documentazione, o l’attore Lino Guanciale che impersona il protagonista Lucio Gambera dice che Abbiamo ricostruito ciò che è realmente accaduto, con un lavoro di documentazione minuzioso e con la fondamentale collaborazione dei Carabinieri che parteciparono all’operazione, il rischio che lo spettatore creda che tutto ciò che viene raccontato corrisponda a verità è alto.
Ecco perché serve sottolineare che la miniserie è soprattutto spettacolo, abbastanza distante dall’informazione.
Uno spettacolo che, nel raccontare Messina Denaro, si ispira liberamente al libro L’invisibile di Giacomo Di Girolamo. Molto liberamente. Al punto che perfino il libro è stato cambiato. I più attenti avranno notato che nella copertina non c’è la faccia in trasparenza di Matteo Messina Denaro, ma quella di Ninni Bruschetta, l’attore che lo interpreta. Nel film il libro viene aperto diverse volte, sempre in corrispondenza di qualche foto. Peccato che il testo del giornalista, direttore della testata TP24, di foto non ne contenga nemmeno una. Inoltre, queste immagini inserite a scopi narrativi non ritraggono le persone reali, ma gli attori che le hanno interpretate. E va beh, come si diceva, elementi rielaborati a fini… drammatici. Così drammatici che la didascalia sotto la foto della Famiglia Nencioni recita: Uccisi per conto di Messina Denaro nel maggio del 1993.
E allora tenteremo con questa “miniserie” di articoli, di fare un po’ di chiarezza per aiutare a distinguere la realtà da ciò che in televisione è stato romanzato o eccessivamente sintetizzato. Insomma, cercheremo di separare la verità drammatica dalla verità giudiziaria, affrontando un argomento alla volta.
Qui ci occupiamo della strage di via dei Georgofili del 1993.
La prima puntata della serie sia apre mostrando Matteo Messina Denaro sul luogo dell’attentato, mentre con un cenno del capo ordina al tizio di fianco di premere il telecomando per fare esplodere l’autobomba contro la galleria degli Uffizi, proprio quando la piccola Nadia Nencioni, figlia della coppia di custodi del museo, finisce di recitare la sua poesia che ha dato il nome all’operazione di cattura del boss, Tramonto. Con l’esplosione, Gambera si sveglia piangendo. È solo un incubo, presentato però come se i fatti fossero avvenuti proprio in quel modo. Ma nella realtà, Messina Denaro lì non c’era. Non esiste nessuna carta giudiziaria che lo collochi nei pressi degli Uffizi, alla data della strage. Il boss è stato condannato perché insieme ad altri mafiosi e a Totò Riina, avrebbe deciso di attaccare il patrimonio artistico e architettonico del Paese, ma non ha partecipato all’esecuzione dell’attentato.
Nella realtà, nell’interrogatorio dopo la cattura, al giudice Alfredo Montalto, presidente della sezione Gip del Tribunale di Palermo, Messina Denaro dice che anche un menomato avrebbe capito che mettere la bomba in quel modo avrebbe provocato dei morti e che lì hanno usato gente che non vale niente. E quando il boss dice che in tutti i processi non si è mai riscontrato come esecutore una persona della provincia di Trapani, Montalto non ribatte e cambia argomento. Insomma, non avrebbe certo potuto dire: Non menta Messina Denaro, abbiamo provato che lei era lì.
Bene. E dunque chi, in realtà, ha partecipato concretamente alla strage? Ecco i loro nomi:
Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza e Giuseppe Barranca si occuparono del confezionamento e del trasporto dell’esplosivo. Mentre Gioacchino Calabrò, Vincenzo Ferro e Giorgio Pizzo contribuirono alla fase di individuazione e approntamento del garage di appoggio in Toscana.
Allora vuol dire che Matteo Messina Denaro è innocente? Che non c’entra nulla con quella strage? Assolutamente no. E’ tra i mandanti, lo dicono anche le sentenze, che oltre a lui vedono condannati in cassazione per aver deciso la strategia stragista e di attacco ai beni culturali dello Stato, anche Giuseppe e Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, Vincenzo Sinacori e Salvatore Biondino. Ognuno di loro con responsabilità equiparabili a quella di Matteo Messina Denaro.
Allora, dato che erano in tanti, vuol dire che la sua responsabilità è meno grave? Assolutamente no. Però i fatti, cristallizzati in sentenze definitive, bisogna conoscerli.
E soprattutto, se davvero non si vuole dimenticare, il ricordo non può essere soltanto emotivo, costruito da narrazioni di fantasia di una serie per la tv. E per questo dovremmo essere in grado di comprendere la gravità delle sue responsabilità, senza avere per forza bisogno della scena d’orrore che dipinge il cattivo con le tinte forti alle quali siamo emotivamente e televisivamente abituati.
Nella prossima parte, affronteremo le differenze tra schermo e realtà sulla prima mancata cattura del boss.
Egidio Morici