Nella miniserie L’Invisibile sulla caccia a Matteo Messina Denaro, il confine tra la realtà storica e la finzione scenica si fa spesso pericolosamente labile. E chi non conosce le vicende reali, rischia di farsi un’idea sbagliata dei personaggi che vengono rappresentati, dove l’obiettivo non è tanto l’informazione, ma l’intrattenimento e la sensibilizzazione. È il caso della figura di Filippo Salvi, il maresciallo dei carabinieri noto con il nome di battaglia “RAM”, la cui memoria oscilla oggi tra il sacrificio estremo riportato nelle cronache giudiziarie e la rappresentazione offerta dal piccolo schermo.
CHE SUCCEDE NELLA FICTION
Ram, interpretato da Leo Gassmann, viene dipinto come un trentenne romano solare ed esperto di intercettazioni, ma caratterizzato da una cronica mancanza di disciplina. La serie lo tratteggia come un giovane “alle prime armi”, spesso in ritardo sul lavoro a causa di scappatelle con la fidanzata e incapace di gestire l’equilibrio tra vita privata e dovere professionale. Nella fiction, la tragedia sul Monte Catalfano viene rappresentata come il culmine di una missione disturbata da un violento temporale. RAM deve posizionare un’antenna in cima ad una torre eolica, mentre il collega lo aspetta di sotto. Ma sbaglia ad agganciare un moschettone di sicurezza e precipita giù.
Nella fiction, il colonnello Gambera, alla domanda sul perché avesse fatto fare quest’operazione a Ram e non ai reparti tecnici dei carabinieri, risponde così: “C’è stata recentemente una fuga di notizie, una talpa nella squadra. Non potevo permettermi che qualcuno al di fuori della cerchia ristretta dei miei collaboratori più fidati sapesse dell’operazione”.
COSA E’ SUCCESSO NELLA REALTA’
Filippo Salvi non era un esordiente distratto, ma un maresciallo dei carabinieri che faceva parte del ROS da più di dieci anni. Non era romano, ma originario di Botta di Sedrina, un paese in provincia di Bergamo. La sera del 12 luglio 2007, aveva 36 anni ed era in servizio alla CRIMOR di Palermo, il reparto d’élite specializzato nella cattura di grandi latitanti. La vicenda dunque non è accaduta qualche settimana prima dell’arresto di Messina Denaro, ma ben sedici anni prima. Non era sopra una torre eolica, ma stava installando tra le rocce del monte Catalfano un supporto per una telecamera, in modo da monitorare l’abitazione di Filippo Guttadauro, cognato del boss, che poi fu arrestato cinque giorni dopo. Qualcosa però andò storto, forse un piede in fallo, o un cedimento del terreno, e Filippo precipitò da diverse decine di metri in un crepaccio.
Una fatalità? Oppure si sarebbe potuto evitare?
Quali erano le condizioni di sicurezza in cui i giovani della squadra operavano? Cos’è successo davvero quel giorno?
“Su quella montagna c’ho lavorato per 15 giorni, assieme ad altri colleghi, dormendo lì, senza sosta alcuna, denunciando la mancanza degli strumenti minimi per la sicurezza, poi Filippo mi aveva dato il cambio e quello era il suo primo giorno lì”.
A dirlo è Giuseppe Barcellona, carabiniere con una lunga esperienza in termini di caccia ai latitanti, in quegli anni in servizio alla CRIMOR. La dichiarazione è nota dallo scorso 2021, riportata dal coraggioso libro del giornalista Marco Bova, “Matteo Messina Denaro, latitante di Stato”.
“La morte di RAM – scrive l’autore nel libro – è stata commemorata dai vertici dell’Arma durante il funerale, con notevoli parole d’elogio, senza alcun riferimento alle modalità in cui è avvenuta, e recentemente il comune di Bagheria è tornato a ricordarlo, intitolandogli una piazza nel borgo marinaro di Aspra”.
Barcellona partecipò alle operazioni di recupero della salma del collega caduto, che non furono semplici, visto il luogo quasi inaccessibile dove era finito dopo quel volo da diverse decine di metri. Ogni volta che racconta di averlo praticamente sollevato da terra con le sue braccia, non riesce a trattenere la commozione, mista ad un irrazionale senso di colpa, “perché dovevo esserci io lì quella notte e lui mi sostituì”.
Oggi, se il piccolo schermo sceglie la via dell’intrattenimento trasformando la tragedia di RAM in una fatalità romanzata, la realtà ci ricorda che dietro le commemorazioni ufficiali e le piazze intitolate, resta il dubbio pesante di un’operazione forse condotta senza i requisiti minimi di tutela per chi era in prima linea. Alla fine i fatti si dimostrano sempre più articolati rispetto alla narrazione scenica. E con certe verità ci sarebbe poco da intrattenersi.
Nella prossima ed ultima parte ci occuperemo della cattura di Matteo Messina Denaro
Egidio Morici