C’è un limite oltre il quale l’indignazione smette di essere un sentimento civile e diventa malessere fisico. Quel limite lo abbiamo superato guardando le rivelazioni di Report sulle stragi del ’92. Per chi, come me, fa la volontaria tra le mura dell’ex tribunale di Marsala – in quelle due stanze dove Paolo Borsellino ha consumato scarpe e pensieri per difendere la nostra terra – la sensazione non è solo di rabbia. È nausea.
È la nausea di chi mette in fila i tasselli di un mosaico che non è più solo ipotetico. Sapevamo già che il nemico non indossava solo la coppola e la lupara; ma vederne oggi i contorni nitidi fa male come una ferita aperta. Il nemico sedeva, e magari ancora vi siede, nei palazzi, vestiva divise impeccabili, frequentava i salotti della destra perbene e i centri di potere dell’eversione nera.
Ci hanno sempre raccontato la favola dei servizi segreti deviati. Ma fermiamoci un istante: cosa significa, realmente, deviato? Se un organo dello Stato, nato per garantire la sicurezza nazionale, pianifica stragi e mette in atto il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana, chi è che lo ha spostato dal suo asse? La domanda è retorica, ma la risposta è atroce. Se un corpo può essere deviato dai suoi stessi componenti, se il controllo gerarchico svanisce nel buio di logge e poteri occulti, allora lo Stato non è vittima: è carnefice di se stesso.
Chi sta sopra? Chi ha interesse a trasformare l’Italia in un laboratorio di sangue ogni volta che si profila un cambiamento politico non gradito? L’ombra lunga degli Stati Uniti, della strategia della tensione e di quegli apparati sovranazionali che considerano la sovranità popolare un fastidio da eliminare, appare oggi più nitida che mai. Eppure tutto viene liquidato con la parolina magica Servizi deviati, la scatola nera che tutto contiene, ma che nessuno vuole aprire. Anzi no, qualcuno ci ha provato ad aprirla, ma è saltato in aria un attimo prima. Giovanni a Capaci e Paolo in via d’Amelio: due eccidi spettacolari, teatrali nella loro ferocia, voluti così non solo per uccidere, ma per annichilire un intero Paese e coprire le tracce di chi, dietro le quinte, muoveva i fili del tritolo.
La notizia del presunto coinvolgimento di figure come Guido Lo Porto è il colpo di grazia. Parliamo di un uomo che con Paolo condivideva tutto: la militanza giovanile nel FUAN, gli ideali di una destra che si voleva specchiata, le radici palermitane. Il tradimento che arriva da chi condivide la tua stessa storia politica è un veleno che non ha antidoto.
Borsellino stava cercando la verità sulla morte di Falcone lungo la pista nera, quel legame tra neofascismo e criminalità organizzata che oggi torna a galla con una violenza inaudita. Aveva capito che dietro il tritolo non c’erano solo i corleonesi, ma i tecnici dell'eversione, uomini come Stefano Delle Chiaie. Ed è stato venduto, pare, proprio mentre cercava quella verità. Lui lo sapeva, lo ha pure detto qualche giorno prima del suo attentato: "Sono stato tradito da un amico". Un’affermazione che oggi, alla luce del ruolo di Lo Porto come possibile tramite verso i settori oscuri del potere, assume il suono lugubre di una condanna annunciata.
Quando varcherò di nuovo la soglia del museo di Marsala e vedrò gli occhi puliti degli studenti che vengono a onorare Paolo, cosa dovrò dire? Fino a ieri, parlavamo di mafia contro Stato. Ma ai bambini non puoi mentire, le loro domande esigono risposte chiare che la cronaca di oggi rende amarissime. L’onestà intellettuale mi impone di dire che Paolo e Giovanni non sono stati uccisi solo dalla mafia. Sono stati sacrificati da pezzi di quello Stato che oggi, a Caltanissetta, chiede persino l’archiviazione.
Dire loro che sono morti inutilmente sarebbe un peccato di vigliaccheria. Ma dire che sono stati traditi da chi avrebbe dovuto proteggerli è un atto di giustizia. Proverò a insistere sulla responsabilità della mafia, nella speranza di suscitare in loro il disgusto almeno per quella parola, ma non potrò tacere il resto.
Non possiamo più permetterci il lusso dell'innocenza. Se la magistratura decide di chiudere i faldoni proprio ora che il quadro si fa più chiaro, allora la nostra resistenza deve diventare memoria attiva. La storia, d’altronde, è tristemente piena di tradimenti eccellenti; fin dai tempi del Getsemani, il colpo più letale non arriva mai dal nemico dichiarato, ma dallo pseudo-discepolo, da colui che siede alla tua stessa tavola e conosce il tuo battito cardiaco. Come in quel bacio antico, anche qui il Giuda di turno avrebbe consegnato il Giusto ai carnefici, camuffando l'infamia dietro il velo dell'appartenenza.
In quelle due stanze a Marsala non vive solo un ricordo, ma il monito di un uomo che, pur avendo visto il riflesso del traditore negli occhi di chi gli stava vicino, non è scappato. Noi, che siamo rimasti, abbiamo il dovere di non chiudere gli occhi davanti al vomito della storia.
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