Sanremo ai tempi del colera
Di Katia Regina
Mentre l’ordine mondiale si sbriciola come un biscotto nel caffelatte, l’Italia si è fermata per il suo rito collettivo, quell’esorcismo canoro chiamato Sanremo. Sia chiaro: non è un peccato cantare mentre fuori infuria la tempesta, è un’esigenza fisiologica. Il problema è come lo abbiamo fatto.
La Rai dell’era Meloni ha schierato il solo uomo scuro di pelle che riesce a tollerare: Carlo Conti. Scelto per quella sua popolarità così universale da risultare quasi astratta, Conti ha guidato il Festival con la stessa audacia di un vigile urbano che dirige il traffico in una domenica di sole. Lo abbiamo visto surfare spericolato tra i carboni ardenti dell’attualità: un accenno ecumenico a quanto sia brutta la guerra (una posizione coraggiosa, chi l'avrebbe mai detto?), facendo molta attenzione a non nominare conflitti specifici per non urtare la sensibilità di chi, al governo, sposa la pragmatica linea trumpiana del "sostituisci il tiranno di turno".
Ma il vero capolavoro del surrealismo geopolitico è arrivato la mattina della finale. Mentre Conti ripassava la scaletta, Trump e il leader israeliano decidevano che era il momento perfetto per attaccare l’Iran: "a ussu tu, ussu eo", avrebbe detto mia nonna. Ora, al di là del fatto che non rimpiango il regime sanguinario di Khamenei, l’attacco è stato di una cafonaggine senza precedenti.
Non tanto perché non siamo stati avvisati — d'altronde, con il Ministro della Difesa Crosetto rimasto bloccato a Dubai con la famiglia, viene quasi il sospetto che a Washington abbiano provato a chiamare, trovando però il "DRIIIN" del roaming internazionale o, peggio, un imbarazzante segnale di utente irraggiungibile proprio mentre partivano i droni. Ma è più probabile che ci considerino il vicino di casa a cui non presti neanche il trapano; ma qui il punto è la mancanza di rispetto verso il palinsesto.
Colpire l’Iran proprio il sabato della finale? È un incidente diplomatico che mina le basi della nostra alleanza. Un alleato vero avrebbe aspettato almeno la proclamazione del vincitore o, per lo meno, la fine del medley di Cristina D'Avena. Bombardare mentre l'Italia è in ansia per il televoto è un affronto alla sovranità nazionale che neanche la Thatcher con le Falkland.
Scusate, dimenticavo che dovrei parlare anche di Sanremo e della musica in gara. Sarò breve: eravamo felici e non lo sapevamo. Il livello qualitativo generale, salvo poche eccezioni, è stato tale da far rimpiangere persino i jingle della pubblicità dei surgelati. Non sono un’esperta critica musicale, sia chiaro, ma quando l’orecchio sanguina non serve una laurea al conservatorio per capire che qualcosa non va.
E poi c’è lui, il vincitore: Sal Da Vinci. Tranquilli, non è parente del Leonardo più noto, e lo si capisce subito. Il testo della sua canzone è il manifesto programmatico di questo governo. Con passaggi come "Per sempre / Legati per la vita che / Senza te / Non vale niente / Non ha senso vivere" e il giuramento finale "Con la mano sul petto / Io te lo prometto / Davanti a Dio", abbiamo servito su un piatto d'argento il trittico Dio, patria e famiglia... per sempre.
Una roba che fa apparire il "trottolino amoroso" di Minghi e Mietta come un trattato di nichilismo punk. Ho provato una nostalgia fisica per il "tu tu tu ta ta ta": almeno lì non c’era l’ambizione di trasformare l’Ariston in un pulpito da sermone domenicale.
Mentre i coriandoli cadevano sulle note della famiglia tradizionale di Sal Da Vinci, i bagliori all'orizzonte non erano quelli dei riflettori, ma quelli dei missili. In questo scenario da Titanic che affonda, vi prego: facciamo in modo che queste strofe non siano le ultime che ci tocca ascoltare.
Perché se il colera della mediocrità è diventato la nostra nuova normalità, preferirei scegliere una colonna sonora diversa. E allora, mentre le luci dell'Ariston si spengono e i missili continuano a solcare cieli che abbiamo deciso di non guardare, vi lascio con un ascolto necessario.
Non è una canzone da classifica, non cerca il vostro televoto e non chiede il permesso a nessun governo. È una fotografia scattata trent'anni fa che sembra svilupparsi solo oggi, sotto i nostri occhi attoniti. Per ricordarci che c'è stato un tempo in cui la musica serviva a scuotere le coscienze, non a cullarle nel sonno della ragione.
E' La domenica delle salme di Fabrizio De André.
Articolo in collaborazione con:

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