In scena ogni anno ad Acca Larentia il teatro delle braccia tese
di Katia Regina
Ogni anno, il 7 gennaio, l’Italia mette in scena un dramma dell’assurdo in due atti, una pièce grottesca che nel pomeriggio si traveste da farsa per sfuggire alla condanna, con l'unico inconveniente che non fa ridere per niente.
Il primo atto si consuma la mattina: è il volto perbene, quello delle istituzioni in fascia tricolore che depongono fiori in via Acca Larentia, recitando la parte dei democratici che onorano i morti della violenza politica. Poi, al calare del sole, il costume cambia. Il secondo atto trasforma la commemorazione in un raduno paramilitare: centinaia di braccia tese e il grido Presente! che squarcia il silenzio di Roma. È qui che il dramma si fa farsa giuridica: un rito che le leggi Scelba e Mancino definirebbero apologia, ma che una recente acrobazia della Cassazione ha avvolto in una nebbia di interpretazioni.
Secondo i giudici delle Sezioni Unite (sentenza n. 16153 del 18 gennaio 2024), il saluto romano è reato solo se vi è il pericolo concreto di ricostituzione del partito fascista. Sentite anche voi il tonfo? È come se il Colosseo d’improvviso crollasse sulla mole del Palazzaccio; e invece a venire giù è l'impalcatura della Ragione, e sinceramente non saprei dire quale delle due catastrofi lasci più macerie. Si pretende di misurare il pericolo con il metro del passato, ignorando che il fascismo, per sua natura metamorfica, non torna mai indossando gli abiti che ha già dismesso. Aspettarsi la ricostituzione formale del PNF per sancire il reato di apologia è come pretendere che un virus, per essere dichiarato letale, debba presentarsi con lo stesso identico ceppo di un secolo fa. Se il diritto non riconosce la mutazione, il diritto è cieco.
In quale momento, dunque, un braccio teso smette di essere commemorazione spirituale e diventa pericolo? Dobbiamo forse contare le braccia? Cento sono innocue, mille sono sovversive? O dobbiamo attendere che il camerata di turno depositi uno statuto dal notaio? È evidente che questa sentenza crea un limbo di impunità: se il pericolo deve essere concreto ma i criteri per misurarlo sono inesistenti, la legge viene declassata a suggerimento di galateo. Filosoficamente, il saluto romano non è la preparazione al fascismo: è già fascismo. Non esiste confine tra il segno e la cosa significata. Occupare lo spazio pubblico con una coreografia paramilitare significa già ricostituire l'essenza del fascismo: l'intimidazione, la mistica della forza e la negazione dell'individuo a favore della massa schierata.
In questo vuoto logico si inserisce la strategia della distrazione: il benaltrismo di chi, messo alle strette, risponde invocando Stalin e i morti del comunismo. Una tecnica retorica stantia, utile solo a coprire l'imbarazzo di chi siede al governo ma non riesce a recidere il cordone ombelicale con certe simbologie. Se tiri in ballo un dittatore per giustificare un rito, stai ammettendo implicitamente che quel rito appartiene a un'altra dittatura; con l'aggravante di rimuovere un dettaglio storico decisivo: in Italia la dittatura l'ha fatta il fascismo, mentre i comunisti si sono seduti ai tavoli dell'Assemblea Costituente per scrivere le regole della nostra democrazia.
Le inchieste giornalistiche ci hanno mostrato una gioventù di partito che privatamente coltiva miti nazisti e razzisti mentre pubblicamente indossa l'abito conservatore, nel silenzio complice di una leadership che non prende mai provvedimenti seri.
Sarebbe però ipocrita scaricare la colpa solo su chi oggi occupa il potere. Questo teatro dell’assurdo va in scena da decenni. Per anni, i governi di ogni colore hanno permesso che certi raduni diventassero zone franche, senza mai puntellare le leggi esistenti o chiarire i confini della tolleranza. Si è preferito derubricare tutto a folklore, senza capire che l'assuefazione al simbolo è il primo passo verso l'accettazione della sostanza.
Siamo arrivati al paradosso di una democrazia che, per eccesso di garantismo verso chi la vorrebbe abbattere, si dichiara incapace di vedere l'evidenza. Ma la storia non si scrive solo nelle aule di tribunale. Possono sottilizzare quanto vogliono sul pericolo concreto, possono perdersi nei labirinti semantici o evocare spettri lontani per coprire le braccia tese sotto il proprio naso. La verità storica è un mosaico che non aspetta che un giudice batta il martelletto per chiamare le cose con il loro nome.
Per quanto mi riguarda, la questione non richiede codici annotati: non ho bisogno di una sentenza per riconoscere un fascista quando ne vedo uno.
Consigli per la lettura: Nel Nido dei Serpenti di Zerocalcare. Un reportage illuminante che scende nei dettagli di quella metamorfosi di cui la politica e i tribunali sembrano essersi dimenticati.
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