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14/01/2026 08:30:00

Processo mafia a Marsala e Mazara: in Tribunale si discutono le eccezioni

 E’ stata parzialmente accolta dal Tribunale di Marsala (presidente Saladino) l’eccezione difensiva presentata, lo scorso 2 dicembre, dall’avvocato Diego Tranchida per l’imputato Gaspare Tumbarello nella prima udienza del processo a sette delle persone coinvolte, il 16 dicembre 2024, in un’operazione di Guardia di finanza e Dda di Palermo sfociata in 18 misure cautelari per presunti mafiosi e favoreggiatori di Marsala e Mazara.

 

 Imputati sono i marsalesi Giancarlo Nicolò Angileri, Michele Marino, Giovanni Piccione, Massimo Antonino Sfraga e Gaspare Tumbarello, nonché i mazaresi Vito Ferrantello e Giuseppe Prenci. Con l’eccezione, già sollevata senza successo nell’udienza preliminare davanti al gup di Palermo Ivana Vassallo, l’avvocato Tranchida ha cercato di far dichiarare, per Tumbarello (al tempo stesso imputato e parte offesa), la nullità della richiesta di rinvio a giudizio per “mancata notifica atti come persona offesa”. 

 

Adesso, con una lunga e articolata motivazione, il Tribunale (giudici a latere Pizzo e Vicini) ha dichiarato la nullità limitatamente al capo d’imputazione (capo 3) che vede l’imputato Tumbarello anche parte offesa e gli ha dato 30 giorni di tempo per chiedere di potersi costituire parte civile. Conclusa la lettura dell’ordinanza, il presidente Saladino non ha nascosto il suo disappunto quando il difensore di Giuseppe Prenci, l’avvocato romano Quaranta, si è alzato per sollevare un’altra eccezione. Il presidente del collegio giudicante ha fatto notare che era la prima udienza il momento per sollevare tutte le eccezioni. E questa era già la seconda. E comunque, poi, ha concesso al legale di sollevarla, invitando tutti gli altri difensori a farsi avanti subito se ce n’erano altre. Per Prenci, l’avvocato Quaranta ha chiesto che venga dichiarata la nullità del capo d’imputazione di favoreggiamento personale, sia in relazione al tentativo di turbativa di asta giudiziaria, che al 416 bis (associazione mafiosa), sostenendo la “mancata descrizione della condotta” relativa al reato contestato. Per il legale la contestazione è “del tutto astratta”. Di parere diametralmente opposto, naturalmente, il pm della Dda Francesca Dessì: “La condotta di Prenci è descritta in maniera chiara e precisa. E non è stato impedito il diritto di difesa. L’eccezione è infondata”. Il Tribunale deciderà nella prossima udienza, fissata per il 10 marzo. Tra gli altri legali impegnati nel processo, Vito Daniele Cimiotta, Andrea Pellegrino, Giacomo Cannizzo, Antonina Bonafede. Per altri nove imputati, quelli che hanno scelto il rito abbreviato davanti al gup di Palermo Ivana Vassallo, lo scorso 5 dicembre c’è stata la sentenza di primo grado. Il giudice Vassallo ha deciso sei condanne e tre assoluzioni. La pena più alta, 12 anni di carcere, quanti ne aveva invocati la pm Francesca Dessì, è stata per Domenico Centonze, 50 anni, allevatore, di Marsala. Sempre per associazione mafiosa, nove anni e 8 mesi sono stati, invece, inflitti al mazarese Alessandro Messina e otto anni a Paolo Apollo (assolto, comunque, da danneggiamento) e a Pietro Burzotta, anche loro di Mazara. Burzotta è genero del defunto boss mafioso Vito Gondola. Gli altri due condannati, entrambi di Marsala, sono stati Pietro Centonze, classe ’50, padre di Domenico, al quale il gup ha inflitto 4 anni e mezzo per turbativa di asta giudiziaria e tentata estorsione, assolvendolo comunque dall’accusa di associazione mafiosa, e Antonino Giovanni Bilello (due anni e 8 mesi). Sono stati, invece, assolti Pietro Centonze, classe ’69, cugino di Domenico Centonze, e i mazaresi Ignazio Di Vita e Lorenzo Buscaino. Il pm Dessì aveva invocato la condanna di tutti gli imputati. Secondo gli inquirenti, Burzotta avrebbe ereditato il ruolo di comando del suocero, assumendo un ruolo di primo piano nella gestione delle attività illecite. Le indagini hanno riguardato soprattutto il controllo dei pascoli e fatto luce anche su un episodio di turbativa d'asta relativo alla vendita giudiziaria di un terreno tra Mazara e Petrosino, di proprietà della società "Orto Verde". Secondo l’accusa, presunti mafiosi e fiancheggiatori avrebbero tentato di manipolare la procedura per favorire l'aggiudicazione a soggetti vicini all'organizzazione criminale.