L’orgoglio oltre il caos: le lacrime di Aronica e la dignità di un Trapani smantellato
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C’è un’immagine che racconta meglio di mille comunicati la fase più cupa della stagione granata: le lacrime di Salvatore Aronica in conferenza stampa. Non lacrime di sconfitta, ma di orgoglio. Di chi sa di allenare una squadra smantellata, svuotata, lasciata sola da una società allo sbando, eppure capace di mettere l’anima in campo.
Succede il 18 gennaio, dopo una partita difficile, giocata in una settimana surreale. Il Trapani arriva all’appuntamento con una rosa ridotta all’osso, con partenze, incertezze, valigie pronte e un futuro che sembra scritto più nei corridoi della giustizia sportiva che sul campo. Eppure i granata giocano, lottano, resistono. Fino a commuovere il loro allenatore.
«Non era facile dopo una settimana così – dice Aronica – ma questi ragazzi hanno dato tutto». Parole che pesano, perché arrivano da chi ha dovuto preparare una gara in condizioni che definire anomale è poco. Allenamenti tra mille difficoltà, una società che non dà garanzie, lo spettro delle penalizzazioni e dell’udienza federale che incombe su tutto. Eppure, in campo, il Trapani mostra compattezza, orgoglio, senso di appartenenza.
È una squadra “smantellata”, come la definisce lo stesso tecnico. Ma è anche un gruppo che, proprio mentre tutto sembra crollare, ritrova una sua dignità sportiva. Aronica lo dice chiaramente: «Hanno dimostrato di essere un gruppo coeso». Non parole di circostanza, ma la fotografia di una realtà paradossale: mentre la società rischia seriamente di scomparire, la squadra si comporta da squadra vera.
Il riferimento all’udienza del Tribunale federale è inevitabile. «Giovedì si pronuncerà la giustizia sportiva», ricorda Aronica, lasciando intendere che il destino del Trapani potrebbe essere deciso più da una sentenza che da una classifica. Penalizzazioni, esclusione dal campionato: scenari che non sono più tabù. E che riportano alla mente quanto già accaduto nel basket, dove il tracollo è stato rapido e definitivo.
In questo contesto, quelle lacrime assumono un significato più ampio. Sono il simbolo di una comunità sportiva che prova a resistere mentre tutto intorno si sfalda. Di una città che ama il calcio e che vede, ancora una volta, un progetto promettente rischiare di finire male. Di giocatori che, pur sapendo di essere forse all’ultima recita, scelgono di onorare la maglia.
Forse il Trapani Calcio è davvero vicino al punto di non ritorno. Ma se dovesse finire così, resterà almeno questa immagine: una squadra senza certezze, ma non senza dignità. E un allenatore che, davanti ai microfoni, non trattiene le lacrime. Perché, a volte, anche nel disastro più totale, c’è ancora spazio per l’orgoglio.
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