La sicurezza nei locali e la verità scomoda: pochi controlli nel trapanese e in Italia
La notte di Capodanno 2026 si è trasformata in un inferno. Erano circa l’1.30 quando una violenta esplosione, seguita da un incendio devastante, ha travolto il locale Le Constellation a Crans-Montana, in Svizzera. Il bilancio è drammatico: 41 morti e 116 feriti. Tra le vittime anche sei giovani italiani – Chiara Costanzo, Achille Barosi, Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi, italo-svizzera – rimasti intrappolati in pochi istanti in un locale diventato una trappola mortale. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è quella del flashover, il fenomeno che porta all’improvvisa combustione generalizzata degli ambienti chiusi, rendendo impossibile ogni via di fuga.
Una tragedia che ha scosso l’Europa e che ha riacceso, anche in Italia, un dibattito che ciclicamente torna dopo ogni strage: quanto sono davvero sicuri i locali notturni? Da settimane si sente ripetere che “in Italia le regole sono più severe”, che la burocrazia è più rigida e che episodi simili “da noi non potrebbero accadere”. La realtà, però, è ben diversa: le norme ci sono, sono stringenti, ma spesso restano sulla carta. A mancare è l’anello decisivo della catena: i controlli durante l’esercizio delle attività.
Sicurezza nei locali notturni: cosa non funziona davvero
Per capire cosa accade realmente nei locali del Trapanese – una situazione che, secondo gli esperti, rispecchia quella nazionale – Tp24 ha raccolto l’analisi di Piero Silvano, funzionario dei Vigili del Fuoco in quiescenza, e di Franco Silvano, componente delle commissioni comunali e prefettizie di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo. Il primo nodo è una distinzione fondamentale, spesso ignorata anche dal pubblico:
Locali autorizzati, non autorizzati e abusivi
Locali autorizzati: hanno ottenuto l’agibilità di pubblico spettacolo e sono soggetti a precise prescrizioni su capienza, vie di esodo, impianti, materiali, addetti alla sicurezza.
Locali non autorizzati: bar, ristoranti o sale ricevimenti che di fatto svolgono attività di discoteca o ballo, pur non essendo autorizzati a farlo.
Locali abusivi: strutture totalmente prive di titoli, che aprono al pubblico senza alcuna autorizzazione.
Il decreto consente a bar e ristoranti di organizzare musica dal vivo, ma non il ballo, e solo per un numero limitato di eventi non continuativi (massimo cinque), non certo ogni weekend. Quando l’intrattenimento diventa abituale, quel locale assume a tutti gli effetti le caratteristiche di un pubblico spettacolo e deve sottostare alle relative regole.
Il “calcolo” dei titolari e la concorrenza sleale
Secondo gli esperti, uno dei problemi più gravi è un meccanismo tanto semplice quanto pericoloso: il calcolo delle probabilità di essere controllati. Chi decide di mettersi in regola affronta costi elevati: materiali ignifughi, manutenzione degli impianti elettrici e antincendio, illuminazione di emergenza, piani di esodo, formazione del personale, addetti alla sicurezza. Chi invece sceglie di operare fuori dalle regole risparmia su tutto e scommette sul fatto che i controlli siano rari.
Il risultato è una concorrenza sleale che penalizza chi rispetta la legge e mette a rischio la vita delle persone. E il primo “gioco” su cui si bara è quasi sempre lo stesso: la capienza.
Capienza, vie di esodo e il rischio reale di una strage
La capienza autorizzata di un locale non è un numero arbitrario: deriva dalla superficie, dai coefficienti di affollamento e, soprattutto, dal numero e dalla larghezza delle vie di esodo. Eppure, nella pratica, è la prescrizione più frequentemente violata. Locali autorizzati per 400 o 500 persone arrivano ad accoglierne il doppio, se non di più.
Il problema, spiegano i Silvano, non è solo quante persone entrano, ma cosa accade durante l’esercizio: uscite di sicurezza ostruite da tavolini o arredi;
porte chiuse o non fruibili; illuminazione di emergenza non funzionante; materiali non conformi dal punto di vista della reazione al fuoco. "In caso di incendio, non si deve spegnere il fuoco, si deve fuggire", ci dice Piero Silvano. Se le vie di esodo non sono libere e praticabili, il locale diventa una trappola. Esattamente come è accaduto a Crans-Montana.
Chi deve controllare (e perché spesso non lo fa)
I controlli amministrativi competono a Polizia di Stato e Polizia Municipale. I controlli tecnici sulla prevenzione incendi sono invece prerogativa dei Vigili del Fuoco, che però – spiegano – non sono strutturati per effettuare verifiche durante l’esercizio delle attività, ma intervengono quasi sempre su richiesta e a locali chiusi, in fase preventiva.
È qui che il sistema si inceppa. Il controllo efficace non è solo documentale, ma tecnico-gestionale, da effettuare mentre il locale è in funzione. E dovrebbe prevedere sanzioni severe, fino alla chiusura immediata dell’attività. Senza questo deterrente, il rischio resta altissimo.
Addetti alla sicurezza e norme disattese
Un altro punto critico riguarda il personale addetto alla sicurezza. Il parametro più condiviso prevede un addetto ogni 250 persone, ma anche questo obbligo viene spesso ignorato, soprattutto nei locali non autorizzati o abusivi. Meno addetti significa meno controllo, più caos e maggiore difficoltà nella gestione delle emergenze.
La direttiva Piantedosi dopo Crans-Montana
Dopo la tragedia svizzera, il Ministero dell’Interno ha emanato una nuova direttiva che punta a evitare “mai più Crans-Montana”. Il documento prevede: una ricognizione provinciale dello stato dei locali di pubblico spettacolo; verifiche sulla corrispondenza tra autorizzazioni e attività effettivamente svolte; un focus su prevenzione incendi, capienza e vie di esodo; controlli mirati sulle attività complementari svolte da bar e ristoranti; il coordinamento tra Prefetture, Vigili del Fuoco, Questure, Polizie locali e Ispettorato del lavoro. Un giro di vite che arriva dopo sequestri eccellenti, come quello del Piper di Roma, e che punta a colpire soprattutto l’abusivismo e le trasformazioni “di fatto” dei locali.
Fiamme libere: un divieto che salva vite
Tra le norme più chiare – e più spesso violate – c’è il divieto assoluto di fiamme libere nei locali di pubblico spettacolo: accendini, candele pirotecniche, scintille scenografiche. Dopo Crans-Montana, alcuni gestori hanno scelto autonomamente di eliminarle del tutto, utilizzando solo materiali ignifughi. Una scelta di responsabilità che, però, non può restare affidata alla buona volontà dei singoli.
Una questione culturale, prima ancora che normativa
La sicurezza nei locali non è solo una questione di carte, permessi o burocrazia. È una questione culturale. Secondo gli esperti, servono formazione continua del personale, sensibilizzazione degli imprenditori e una vera educazione alla prevenzione, che parta anche dalle scuole. Perché la tragedia di Crans-Montana ha dimostrato una verità scomoda: può accadere ovunque. Anche in Italia. Anche nel Trapanese.
Le regole ci sono. Ora resta da vedere se, davvero, qualcuno inizierà a farle rispettare.
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