Harry si ritira, restano le macerie. La conta dei danni in Sicilia
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Il vento si è calmato. Il mare si è ritirato. Le onde non martellano più, come hanno fatto negli ultimi due giorni, la costa. Passata la tempesta, però, emerge la devastazione. Cento chilometri di litorale tra Catania e Messina sono stati piegati dalla furia del ciclone Harry, che lunedì e martedì si è abbattuto sulla Sicilia. La conta dei danni sarà drammatica: lungomari franati, stabilimenti balneari sventrati, case e strade aggredite dall’acqua, terrazze sul mare crollate, tratti ferroviari compromessi. Onde altissime – in alcuni punti oltre i 10 metri – hanno divorato tutto quello che trovavano davanti.
L’allerta scende, i danni restano
Il bollettino della Protezione civile regionale oggi alleggerisce la mappa del rischio: la Sicilia torna “verde”, con qualche area ancora in “giallo”, soprattutto tra Messinese, Catanese e Siracusano. Ma è un verde finto, da meteo. A terra si entra adesso nella fase più difficile: sopralluoghi, messa in sicurezza, ripristini, richieste di ristori. E soprattutto una domanda che torna sempre uguale dopo ogni mareggiata “eccezionale”: quanto era davvero imprevedibile, e quanto invece era solo rimandato?

La costa jonica in ginocchio
Il tratto più colpito è quello jonico, tra Taormina e Santa Teresa di Riva: voragini sulla viabilità costiera, crolli, lungomari erosi e in alcuni casi “mangiati” pezzo dopo pezzo. Il Centro Coordinamento Soccorsi in Prefettura a Messina resta operativo per gestire la coda dell’emergenza e i rischi residui, perché dove il mare ha sfondato, la priorità è evitare altri cedimenti e tenere lontane le persone dalle aree pericolose.
Qui i danni non sono solo “brutti da vedere”: pesano su mobilità, attività economiche e sicurezza quotidiana. E infatti si trascinano anche sulle infrastrutture strategiche.
Ferrovie e collegamenti, una Sicilia spezzata
Sul fronte ferroviario qualcosa riparte, ma a macchia di leopardo. La circolazione è tornata su alcune tratte, mentre restano sospese linee fondamentali della Sicilia orientale: la Messina–Siracusa e altre direttrici che collegano capoluoghi e territori. In diversi punti i tecnici di RFI sono impegnati in verifiche e ripristini, ma dove il mare e le frane hanno “messo le mani” sull’infrastruttura, i tempi non sono mai brevi. Il ciclone ha colpito anche la logistica marittima. Alle Eolie si segnalano attracchi danneggiati e collegamenti sospesi: in certe ore, per le isole, l’emergenza è stata l’isolamento. Da Linosa arrivano immagini di un porticciolo devastato e detriti ovunque. A Stromboli, nel borgo di Scari, la mareggiata ha lasciato una ferita pesante alle strutture d’approdo, con conseguenze evidenti sulla quotidianità e sui rifornimenti.

Regione: verso lo stato di crisi, prima stima oltre mezzo miliardo
Il presidente della Regione Renato Schifani ha parlato di danni “molto gravi” su oltre 100 chilometri di litorale ionico e di una prima stima già nell’ordine di oltre mezzo miliardo di euro. Ha convocato per oggi una giunta straordinaria per deliberare lo stato di crisi regionale e chiedere al Governo il riconoscimento dell’emergenza nazionale. È la trafila inevitabile: senza quella, i ristori restano un annuncio.
Più misurati, ma sulla stessa linea, gli assessori regionali: l’idea è accelerare ricognizioni e procedure. L’assessore al Territorio e Ambiente Giusi Savarino insiste sul nodo strutturale dell’erosione e richiama i Comuni alla necessità di progetti pronti e caricati sui canali tecnici. L’assessore ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato ha disposto verifiche nei luoghi della cultura e nei siti archeologici.
Sul fronte nazionale, Matteo Salvini ha richiamato la richiesta di stato di emergenza per Sicilia, Calabria e Sardegna e le criticità sulle grandi linee di trasporto. E oggi è atteso in Sicilia Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, per sopralluoghi nei tratti più colpiti tra Messinese e Catanese. Parole e visite servono, ma il punto vero sarà un altro: fondi e tempi certi, non un giro di dichiarazioni.
Anche il Trapanese paga il conto
Non è stata solo la Sicilia orientale. Nel Trapanese il mare ha colpito duro lungo la fascia tra Selinunte e Mazara del Vallo, dove la mareggiata ha lasciato danni pesanti a porti, lidi e lungomari.
A Selinunte la posidonia è finita dentro il bacino portuale, intrappolando imbarcazioni da pesca; allo scalo di Bruca sono segnalati danni a strutture comunali e lo scivolo per diversamente abili è stato interdetto. A Triscina il mare ha eroso e cancellato porzioni di dune, un colpo anche ambientale, non solo estetico.
A San Vito Lo Capo la mareggiata è arrivata fino al lungomare: la spiaggia è stata in parte inghiottita e si registrano danni anche a strutture leggere e a un pontile mobile. Sono ferite che pesano perché qui il turismo non è un optional: è economia, lavoro, stagione.
Mazara, Tonnarella devastata: lidi sventrati e lungomare sepolto
Il quadro più duro è a Mazara del Vallo. A Tonnarella, sul lungomare Fata Morgana, l’acqua ha sfondato tratti di protezione, ha raggiunto le abitazioni fronte mare e ha distrutto ciò che restava delle strutture balneari già montate o in fase di allestimento. Detriti e sabbia ovunque, un litorale trasformato in un campo di macerie. In queste ore ruspe e mezzi sono al lavoro per liberare le aree più compromesse e riportare condizioni minime di sicurezza.
Il sindaco Salvatore Quinci, facendo il punto, ha scelto toni prudenti: prima mettere in sicurezza, poi la conta dei danni e l’attivazione delle misure per chiedere ristori. Tradotto: senza un miglioramento stabile del mare, intervenire a tappare oggi significa buttare via lavoro e soldi domani. Non si esclude la richiesta dello stato di calamità.
E intanto, sul campo, si muove la rete di volontariato e protezione civile, che ieri a Tonnarella ha iniziato a lavorare per la messa in sicurezza dell'area.
Ora la fase due: sicurezza e ristori
Adesso arriverà la fase più “politica” in senso concreto: ripristinare strade, mettere in sicurezza i fronti mare, aiutare famiglie e imprese, riaprire collegamenti, evitare che la burocrazia faccia più danni del ciclone.
Perché il mare, quando decide di entrare, non chiede permesso. Ma quando se ne va, lascia sempre la stessa scena: macerie, conti da pagare e promesse di “interventi strutturali”. La differenza, stavolta, la farà solo una cosa: se alle parole seguiranno cantieri veri, e in tempi umani.
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