Ciclone Harry. Ora la sfida della ricostruzione in Sicilia. Primi soldi dal Governo
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Il ciclone Harry ha lasciato dietro di sé una Sicilia ferita. Coste sventrate, infrastrutture danneggiate, attività economiche in ginocchio. Ora, superata la fase più acuta dell’emergenza, si apre quella decisiva: la ricostruzione. Lunedì il Consiglio dei ministri sarà convocato per deliberare la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e stanziare le prime risorse per i territori colpiti.
L’annuncio arriva da Palazzo Chigi, al termine della riunione presieduta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella sede della Protezione civile a Roma. Al tavolo, insieme al ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, i presidenti delle Regioni coinvolte – Sicilia, Calabria e Sardegna – e il capo del Dipartimento Fabio Ciciliano. Il Governo ha assicurato un primo stanziamento immediato per fronteggiare le necessità urgenti e avviare i ristori, in attesa di una valutazione completa dei danni.
Secondo una prima stima della Protezione civile regionale, il ciclone Harry ha provocato in Sicilia danni per circa 740 milioni di euro. Una cifra che racconta la portata di un evento estremo che ha colpito soprattutto le coste, ma anche le infrastrutture interne, i porti, la rete viaria e il tessuto produttivo. Cifra che però potrebbe aumentare fino a superare il miliardo di euro.
Schifani sulla costa ionica: «Situazione grave, ma non lasceremo soli i siciliani»
Il presidente della Regione Renato Schifani ha voluto verificare di persona i danni più gravi, effettuando un sopralluogo lungo la costa ionica messinese, una delle aree più colpite dalle mareggiate. Prima tappa a Mazzeo, frazione di Taormina, dove la furia delle onde ha fatto crollare la piazza sul mare e distrutto la condotta fognaria. Poi Santa Teresa di Riva, con il lungomare devastato per lunghi tratti, e infine Furci Siculo.
«È una situazione estremamente grave – ha dichiarato Schifani –. Abbiamo già dichiarato lo stato di crisi ed emergenza regionale e la prossima settimana il Governo nazionale riconoscerà lo stato di emergenza di rilievo nazionale. Questo consentirà di accelerare le procedure e stanziare risorse per avviare la ricostruzione». Il presidente ha ribadito che la priorità resta la sicurezza e ha assicurato che la Regione farà la sua parte, anche ricorrendo a fondi extraregionali.
A Messina, in Prefettura, Schifani ha incontrato sindaci, forze dell’ordine, vigili del fuoco, esercito e rappresentanti delle categorie produttive. «Il sistema di protezione civile ha funzionato – ha detto – ed è anche grazie alla prevenzione se non ci sono state vittime. Ora dobbiamo concentrarci sugli interventi di emergenza e poi sulla ricostruzione». La Regione ha già reperito 70 milioni di euro per la prima fase.
Marsala e Pantelleria: danni ingenti anche nel Trapanese
Anche la provincia di Trapani paga un conto pesante. A Marsala il Centro operativo comunale ha stimato danni per oltre 1,5 milioni di euro a seguito degli eventi del 19 e 20 gennaio. Colpite infrastrutture stradali, attività commerciali e produttive – in particolare la serricoltura – impianti di pubblica illuminazione, verde pubblico e tratti della costa. Danneggiato anche il cantiere del Waterfront sul lungomare Florio.
A Pantelleria, l’isola è stata sferzata da vento e mareggiate con danni stimati in circa 7 milioni di euro. Colpiti porti, moli, strade, muretti a secco e baie simbolo come Gadir e Cala Levante. Il Comune ha chiesto ufficialmente la dichiarazione dello stato di calamità naturale e ha invitato cittadini e imprese a segnalare i danni subiti per consentire l’attivazione degli interventi straordinari.
Ingegneri e geologi: «Ricostruire sì, ma tenendo conto del rischio»
Dopo l’emergenza, si apre il nodo più delicato: come ricostruire. La Consulta degli Ordini degli Ingegneri di Sicilia e l’Ordine dei Geologi lanciano un messaggio chiaro: non si può tornare semplicemente alla situazione precedente.
«Dove erano stati previsti sistemi di mitigazione del rischio, i danni sono stati minori – spiega Fabio Corvo, presidente della Consulta degli Ingegneri –. È il momento di aggiornare i piani urbanistici obsoleti e ricostruire tenendo conto del rischio idrogeologico e dell’erosione costiera». Un concetto ribadito anche dai geologi siciliani: il ciclone Harry non è stato una fatalità, ma un evento estremo che ha colpito territori già fragili e spesso mal pianificati.
Il cambiamento climatico e la fragilità del Sud
Il Centro Studi sul Cambiamento Climatico di Ecogest parla apertamente di crisi strutturale. Sicilia, Sardegna e Calabria sono diventate un punto critico del cambiamento climatico: eventi estremi sempre più frequenti, innalzamento del livello del mare, erosione costiera e infrastrutture non adeguate.
«Non è un incidente isolato – avverte il presidente del CSCC Valerio Molinari –. Ogni nuovo evento ci dice che non possiamo più rimandare la pianificazione e la protezione del territorio». Senza un piano nazionale di adattamento climatico, il rischio è quello di continuare a inseguire le emergenze, con costi sempre più alti.
La politica e il nodo delle regole
Sul fronte politico, Rifondazione Comunista mette in guardia dal rischio che l’emergenza diventi una scorciatoia per aggirare vincoli ambientali e urbanistici. «Ricostruire tutto com’era significherebbe riprodurre gli stessi errori», si legge nella nota firmata da Peppe Puccia. Il tema è quello, sempre irrisolto, dell’abusivismo edilizio lungo le coste e della necessità di decidere dove ricostruire e dove no.
Il ciclone Harry, dunque, segna un punto di svolta. Da una parte l’urgenza di intervenire e aiutare comunità e imprese colpite. Dall’altra la responsabilità di non sprecare l’ennesima occasione per ripensare il rapporto tra territorio, clima e sviluppo. Perché il mare, come ha dimostrato in questi giorni, torna sempre a chiedere il conto.
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