ZERO TITULI, sosteneva sempre Mourinho per denigrare i suoi avversari, mostrando un palmarès che pochi allenatori potevano esibire. Eppure, c’è qualcuno in città che si agita per salvare dalle macerie quelle congerie di roba vecchia e di infimo valore che nessuno oserebbe richiedere. Ma si sa che, in tempi grami, si rovista anche in fondo al barile per vedere se è rimasto qualcosa da grattare.
Non è raro, girando in Sudamerica e specialmente in Venezuela, osservare l’indecoroso spettacolo di chi raccatta generi alimentari per far sopravvivere sé stesso e la propria famiglia nella, a volte vana, ricerca di un ciarpame che nemmeno i cani mangerebbero. Capisco quanto sia forte come immagine: disgustosa al solo raccontarla, ma estremamente vera, truculenta, che assale non solo lo stomaco ma arriva alla testa e ti fa ondeggiare come se avessi bevuto vari litri di vino.
È da molto tempo che nell’estremo lembo dell’isola in cui viviamo non si lotti per la sopravvivenza, nemmeno ai tempi della Seconda guerra mondiale. Qui ci si agita per altri motivi: per ideali, per l’affermazione dei propri sogni, per poter regalare ai figli una prestigiosa università a Roma o nella città dove pende la torre, dal momento che studiare è ritenuto un diritto inalienabile. Oppure, semplicemente, per concedersi un viaggio e visitare un paese esotico.
Indubbiamente il poco inquadrabile presidente Antonini avrà vissuto, dall’alto delle sue ricchezze, o presunte tali, tutte le esperienze di questo mondo. Per il momento deve rinviare il riposo del guerriero e dovrà cimentarsi per altri motivi: “Lotterò per salvare i titoli e conto di ripartire in altra città con nuovi stimoli”, sostiene con tono provocatorio Antonini mentre passeggia, nell’immaginazione collettiva, in una dimensione irreale negata ai comuni mortali, pienamente convinto che un giorno gli sarà restituito, con gli interessi, il maltolto.
Invece, dai segnali che arrivano dalla Procura, il primo atto che lo riguarderà sarà quello di dover rispondere per diffamazione aggravata a mezzo stampa per aver offeso il presidente LNP Francesco Maiorana, con udienza fissata per il 14 maggio 2026. Quindi il primo pallino è nelle mani delle istituzioni sportive e vedrà il presidente della Shark in posizione difensiva. Non proprio un segnale positivo sul versante giudiziario, prodromico di qualcosa di nefasto.
Basta annusare il vento da quegli otto quadranti da cui può provenire e soffiare a Trapani per rendersene pienamente conto. In una città trasformata metaforicamente in Gaza, dopo gli ultimi bombardamenti inflitti da FIP e LBA ed in odore di radiazione, non credo sia opportuno gettare il salvagente su titoli inutilizzabili in futuro, a meno che vengano saldate multe e arretrati di vario genere che si prevedono superiori ai 500 mila euro.
Ma il tycoon la pensa in modo difforme e rilancia: “Non permetto che vengano toccati (i titoli, n.d.r.) dopo tutto quello che ho investito. Oggi può sembrare che siamo in una situazione di grandissima difficoltà, ma vi assicuro che le sentenze che arriveranno dalle varie giustizie e dalla commissione tributaria ribalteranno la situazione come un calzino”.
Così parlò Zarathustra ai pochi beoti disposti ad ascoltarlo, o pretoriani, più realisti del re, pronti a difenderlo. Ma la lentezza della giustizia, nella migliore delle ipotesi, impone tempi lunghi, superiori ai cinque anni di media, e questo particolare non trascurabile dovrà essere messo in conto.
Ed in definitiva è impensabile che, fra un lustro, alla gens trapanese possano importare le fortune o disgrazie giudiziarie di questo Re Mida al contrario. Come considerare, quindi, i contenuti del messaggio? Che significato attribuire a questo ultimo effluvio di parole che, prese una ad una, costituiscono un autentico insulto per tutti i trapanesi che attendono ancora i rimborsi degli abbonamenti pagati e non goduti?
Può essere considerato una provocazione gratuita, un ennesimo attacco per creare ulteriore conflitto? O indurre ad una risposta permeata di rabbia o a un’ulteriore dispersione di veleno per rigirare una frittata che lo ha visto sempre aggressivo protagonista?
La città ha seguito attonita, smarrita, frastornata gli eventi che si sono accavallati in modo inaspettato, improvviso e sconvolgente, dopo che erano state assorbite anche le penalizzazioni. E la vittoria storica conseguita, non molto tempo addietro, all’Unipol Forum di Assago – accolta con il solito stile, garbo e signorilità da un presidente che si beava di “aver goduto come un porco” – poteva apparire il preludio di un percorso virtuoso che arrivasse al canonico traguardo.
Con i risultati acquisiti in campo agonistico – dieci vittorie nelle prime undici giornate – sembrava tutto rientrato disinvoltamente, anche i quattro punti di penalizzazione comminati per i famosi crediti di imposta non pagati. Ma quelle che venivano considerate irrisorie probabilità di impatto catastrofico sulla tenuta finanziaria della Sport Invest si sono rivelate, in definitiva, esiziali.
La governance, indubbiamente, ha sottovalutato i rischi di una possibile rotta di collisione con un asteroide di grosse dimensioni che, a torto, veniva considerata a basso rischio d’impatto ed impercorribile da una istituzione che doveva, secondo i calcoli dell’intelligenza artificiale in mano al patron romano, apparire del tutto trascurabile.
Incidentale ma non secondario, si dava per scontata una certa acquiescenza da parte della Federazione nel portare a compimento, senza sussulti, la stagione agonistica, garantendone la regolarità. Dovrebbe essere interesse comune – avrà pensato disinvoltamente Antonini – il perseguimento di una strategia che mirasse ad una moratoria fino a giugno 2026. Solo dopo si sarebbero tirate le somme.
Ed alcune pacche sulle spalle e sorrisi reciproci tra i due presidenti, Gianni Petrucci e Valerio Antonini, immortalati dai media, sembravano avvalorarne le tesi ed indirizzarsi verso un consolidamento di un sordido patto di non belligeranza. Una soluzione la si trova sempre – avrà dedotto il patron romano – come in un passato recente è stata trovata per Cantù.
Il 6+6, formula sottoscritta da Antonini all’atto dell’iscrizione in LBA, si può cambiare bellamente in un 5+5 meno costoso finanziariamente. Una nuova formula che poteva dare la stura nel vendere quasi l’intero roster, incassare i relativi buyout, liberarsi di contratti onerosissimi definiti in tempi di vacche grasse, prendere due carneadi americani a basso costo, trattenendo magari Allen, Hurt ed Arcidiacono, che erano costati un’inezia, e, in definitiva, rimediare ai faraonici contratti di Pleiss e Petrucelli, Notae e Ford, molto vicini ai due milioni netti.
Ed ancora: finire il campionato, qualificarsi per le Final Eight di Coppa Italia a febbraio e disputare i playoff, afferrando l’ottava piazza, ultima utile. Tutto come volevasi dimostrare: venivano salvati capra, cavoli e magari far passare inosservato qualche ruttino di maiale da una compiacente stampa.
Senonché la vicenda subiva ulteriori punti di caduta, frutto di dichiarazioni al vetriolo che infastidivano la stanza dei bottoni, incorrendo in altre inadempienze – subito contestate da Antonini – e, soprattutto, fibrillazioni che, prima soffocate, esplodevano vibratamente negli spogliatoi.
Risultato? Tutto ciò che covava tra sussulti e grida saltava in aria col botto, come un tappo di bottiglia di champagne. E risultava anche debordante quella consegna del silenzio che vincolava come un mantra i giocatori, ormai incuranti di uscire allo scoperto.
Occorreva, secondo la Proprietà, come fatto in tutte le precedenti occasioni, agire in modo determinato e con il pugno di ferro, anche se non contenuto in un guanto di velluto. Appariva clamorosa e foriera di ulteriori fattori destabilizzanti la messa fuori rosa del capitano Alibegovic e l’abbandono, a ruota, dell’head coach Jasmin Repesa e del sostituto Ivica Skelin.
Quindi, al danno delle penalizzazioni si aggiungeva anche la beffa, con toccata e fuga, della mente tecnica e di un capitano che abbandonava per primo la nave. Se a questo aggiungiamo l’impossibilità, con un mercato bloccato dalle penalizzazioni, di trovare soluzioni compromissorie che permettessero di superare quella formula rigida del 6+6, sottoscritta dalla società ad inizio campionato, il quadro di riferimento diventava completo.
Le fibrillazioni investivano, ed era naturale che avvenisse, tutto lo spogliatoio che chiedeva, a viva voce, di cambiare aria e trovare comode e più rassicuranti sistemazioni. Una diaspora irrefrenabile per Antonini, che vedeva sfilare via via i pezzi forti del roster: Timmy Allen (Paok Salonicco), Jhon Petrucelli (Galatasaray, Turchia), Paul Eboua (Asvel Villeurbanne), Riccardo Rossato (UNAHotels Reggio), Alessandro Cappelletti (Universo Treviso), Jordan Ford (in Turchia al Bahceshir), Amar Alibegovic (Coviran Granada, Spagna) e Sanogo vicino all’Hapoel Holon, Israele.
Ancora senza contratto Arcidiacono, Pugliatti e Notae, il pezzo più pregiato, ma attualmente infortunato. Insomma, quasi tutti i buoi usciti dalla stalla con il beneplacito del mandriano, che non potendoli trattenere per espressa richiesta degli interessati e per carenza di fondi finanziari, si trovava di fronte ad una scelta obbligata: fare cassa con i buyout sanciti con accordi favorevoli per le parti e raggranellare un piccolo gruzzoletto necessario per iniziare una guerra totale contro tutti.
Si chiude così una vicenda che ha vissuto momenti grotteschi come la rinuncia a giocare a Bologna, nel tempio del basket nazionale, o, ancora peggio, la rappresentazione vergognosa offerta in Bulgaria ad affrontare – si fa per dire – con una formazione rabberciata un match-farsa contro l’Hapoel Holon di Champions League, davanti alle telecamere di tutta Europa. Un esito vergognoso che ha visto anche una replica nel campionato italiano, in cui sono stati mandati allo sbaraglio tre ragazzi under, con aberrante cinismo.
Questi i fatti, in breve, a cui la Trapani Shark ha ritenuto opportuno fare chiarezza o, meglio, fornire una propria versione che però stride fortemente con le decisioni che le istituzioni sportive hanno assunto. Si legge: “Questo è un attentato al regolamento FIP che falsifica non solo questo deferimento e la condanna successiva, ma l’intera gestione della vicenda Trapani Shark”.
Tradotto in soldoni, la governance accusa apertamente la FIP di falso a 360 gradi, “con un piano stabilito a tavolino agevolato dalla totale mancanza di supporto dalla FIP siciliana e dalla propria tifoseria che ha preferito attaccare il presidente e la famiglia”.
Insomma, il prode Anselmo si lamenta di essere stato lasciato solo, senza specificare che tale strategia era stata sempre privilegiata rispetto ad altre: “Io tiro fuori i soldi e le decisioni finali vengono prese da me”. Un pensiero che non fa una grinza, salvo che dopo, a babbo morto, si è inteso coinvolgere altre componenti dell’entourage che, nonostante la pletora, non contavano nulla.
Una litania, nata in epoca tardo-antica, che Antonini ha inteso riesumare non solo liturgicamente, ma anche in forma di supplica che ritenevamo lontana anni luce dalla sua figura, considerati il carattere esuberante ed aggressivo.
Dopo il perpetrare di attacchi senza quartiere riservati a istituzioni sportive, sindaco, stampa libera, città intera e quei quattro tifosi spelacchiati che continuano a sostenere la squadra e lanciavano slogan avversi dagli spalti, dove indirizzerà ulteriori catilinarie? Il rischio di trasformarsi in un Alcione che predica nel deserto diventerà sempre più serio.
In questo quadro non poteva mancare la soluzione melodrammatica, l’uscita di scena, l’ultima performance artistica di un personaggio a fine carriera. Sul proscenio di un teatro grandguignolesco e semivuoto si consuma, in tal modo, una fine annunciata.
Con i titoli di coda si assisterà all’ultimo colpo di pinna del più grande degli squali, prima temutissimo, ora sdentato e ferito a morte. Una forma di cannibalismo che in natura è piuttosto frequente e non è vista come atto morale lo vedrà attaccato da altri squali, quelli con cui prima nuotava felicemente in branco.
Noi umani, invece, non solleveremo questioni etiche: lo considereremo come un atto di mera sopravvivenza. D’altronde, “il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare”. Con Ernest Hemingway si può essere d’accordo solo sul primo periodo della citazione. Sul secondo, dopo questa vicenda, cadono proprio le braccia.
Sorcio Verde