Referendum giustizia, a Trapani il fronte del No: “Riforma pericolosa”
Il 22 e 23 marzo prossimo, i cittadini saranno chiamati ad esprimersi nel referendum confermativo sulla riforma della giustizia, su alcune modifiche costituzionali: dalla separazione delle carriere tra giudici e PM, all’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i magistrati.
Per questo, sono già partiti i comitati referendari per il “SÍ” e per il “NO”, che portano con sé la solita serie infinita di polemiche, che però aiutano poco gli elettori ad orientarsi su un tema così specifico ed a scegliere davanti ad un quesito così tecnico.
Giovedì 12 il complesso San Domenico era gremito per l’iniziativa promossa dalla CGIL a sostegno delle ragioni del No al referendum. Un appuntamento partecipato, che ha visto la presenza, accanto al sindacato, di diverse forze politiche del centrosinistra e di associazioni come ANPI, Arcigay “Shoruq”, Articolo 21, Auser, Ciao Mauro, Libera, Legambiente, Federconsumatori, Comitato per la difesa della Costituzione.
A moderare il dibattito il giornalista Rino Giacalone, che ha guidato una riflessione ampia e articolata, arricchita da contributi variegati e relatori d’eccezione: i magistrati Dino Petralia e Samuele Corso, l’avvocata Donatella Buscaino, l’architetto Vito Corte, il segretario regionale della CGIL Alfio Mannino e il giurista Gherardo Colombo, collegato in remoto. Netta la posizione dei sostenitori del “NO”, che hanno inserito la riforma in un quadro politico più ampio.
Nel corso del dibattito si è sottolineato come non si tratti di una riforma per difendere i cittadini dalla magistratura, ma si è piuttosto osservato che, se il pubblico ministero viene relegato a rafforzare gli organi accusatori e non a indagare in pari misura, il cittadino non viene tutelato. I magistrati non sono nemici dei cittadini, tutt’altro, è proprio grazie a magistrati come Falcone e Borsellino che la Sicilia ha potuto scrivere pagine decisive nella lotta alla mafia. Nelle posizioni illustrate nel corso dell’iniziativa, si è anche evidenziato come la riforma cambi il modello costituzionale del CSM. Non solo “spacchetta” l’organo in tre strutture – un CSM per i giudici, uno per i pubblici ministeri e un’Alta corte disciplinare – ma ne modifica natura e attribuzioni.
Questo altererebbe profondamente l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione, incidendo sui rapporti tra potere giudiziario (magistratura), potere esecutivo (governo) e potere legislativo (Parlamento). Tra le critiche principali, anche quella relativa all’efficacia della riforma: non affronta le vere emergenze della giustizia italiana, non interviene sui tempi dei processi né sulle carenze di organico e di risorse. Al contrario, la moltiplicazione degli organi comporterebbe un aumento dei costi e una dispersione di risorse.
Il timore della CGIL è chiaro: “Questo è il primo tempo di una partita che porterà al premierato e all’autonomia differenziata. Dallo spezzare la magistratura si passerà a spezzettare il Paese”.
Petralia: “Il sorteggio offende la democrazia. No alla politica dentro la magistratura” Netta la posizione di Dino Petralia, già componente del CSM, che ha definito il suo “un No alla politica dentro la magistratura”. Petralia ha espresso forti perplessità sull’ipotesi di affidare la composizione del CSM al sorteggio.
“La stessa parola sorteggio, oltre che essere profondamente offensiva nei confronti di una categoria professionale, non solo dei magistrati ma di qualunque categoria - ha affermato il magistrato- è direi anche un po’ offensiva per la democrazia. La democrazia si fonda sull’elezione”.
Secondo Petralia, il sorteggio «premierebbe il cosiddetto casaccio», cioè la scelta di magistrati “a caso”, mentre per la componente laica esisterebbe “un elenco preordinato, scelto nei primi sei mesi dal Parlamento in seduta comune, che compilerà un elenco di fedelissimi e su quell’elenco sceglierà i suoi preferiti”. Un meccanismo che, a suo avviso, sarebbe solo apparentemente neutrale: scegliendo da un elenco preconfezionato.
La separazione delle carriere
È stato ricordato come le funzioni sono già di fatto separate, ma una divisione rigida produrrebbe un effetto diverso: secondo i sostenitori del “No”, il Pubblico Ministero finirebbe per sposare solo ed esclusivamente l’accusa, perché mancherebbe di quella formazione della prova che lo accomuna al giudice e che lo rende, anche nelle sue vesti di PM, un controllore attento e rispettoso della legalità.
Colombo: “Riforma che indebolisce la magistratura” Molto critico anche l’intervento di Gherardo Colombo, ex pm del pool di Mani Pulite e collegato in remoto. “Questa riforma – ha dichiarato – non ha nulla a che fare con il funzionamento della giustizia o con il miglioramento dei suoi tempi. Non contribuisce neppure a costruire un processo accusatorio in senso proprio”. Secondo Colombo, “questa modifica serve solo a indebolire la magistratura e a consentire agli altri poteri dello Stato, in particolare al governo, di avere un’influenza notevolmente maggiore sia sui giudici sia sui pm”. Un rischio che, ha aggiunto, viene spesso affrontato “giocando con la pancia e poco con la testa”, ma che incide direttamente sui diritti dei cittadini. Un confronto intenso, quello del San Domenico, che ha segnato l’avvio di una mobilitazione destinata a proseguire nelle prossime settimane - il comitato referendario per il “Sì”, ha già annunciato una iniziativa per il 21 febbraio prossimo - con l’obiettivo dichiarato di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica in vista dell’appuntamento referendario, il cui esito sarà fortemente condizionato dalla partecipazione elettorale.
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