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14/03/2026 10:38:00

Al riparo dagli occhi, di Franco Stefanoni

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel romanzo Al riparo dagli occhi di Franco Stefanoni: non perché racconti il bullismo – tema purtroppo sempre più presente anche nella cronaca – ma perché lo fa dal punto di vista di chi lo pratica. Non dalle vittime, non dagli adulti che cercano di capire, ma dagli stessi ragazzi che lo mettono in scena. È questa la scommessa narrativa del libro, lungo e febbrile, che segue quattro adolescenti nella provincia ligure degli anni Novanta e prova a entrare nel loro mondo segreto.

 

Una provincia che potrebbe essere ovunque

 

La storia ruota attorno a quattro ragazzi: Luca, Max, Ago ed Elena, sedici o diciassette anni, studenti di un liceo in un paese della riviera ligure. Ma quella Liguria è quasi un pretesto: Stefanoni costruisce un luogo volutamente riconoscibile e allo stesso tempo anonimo. Una provincia qualsiasi, fatta di estati sul mare, scuola, feste, motorini e genitori distratti.

Le giornate dei protagonisti scorrono dentro una normalità apparentemente banale. La scuola, le uscite serali, le vacanze. Intorno a loro adulti che vedono poco e capiscono ancora meno. È dentro questa routine che nasce il gioco del potere: piccoli scherzi, prese in giro, umiliazioni verso compagni più fragili. All’inizio sembrano gesti quasi rituali del branco adolescenziale, ma lentamente il confine si sposta. Lo scherzo diventa sopruso, e il sopruso una forma di violenza sistematica.

 

 

Il mondo visto dagli “aguzzini”

 

La scelta più forte del romanzo è il punto di vista. Stefanoni racconta il bullismo dall’interno del gruppo che lo pratica. Non ci sono mostri evidenti: i quattro protagonisti sono ragazzi “normali”, bravi a scuola, figli di famiglie rispettabili. Hanno voti alti, buone prospettive, sanno recitare perfettamente la parte dei figli modello.

Proprio questa normalità li rende inquietanti. Nei loro pensieri si mescolano desiderio di dominio, eccitazione per la trasgressione e una profonda autoassoluzione. Si sentono invulnerabili, convinti che il loro segreto resterà nascosto dietro la facciata impeccabile che mostrano agli adulti.

Il romanzo tenta di restituire anche le sfumature psicologiche dei singoli – Luca, Max, Ago ed Elena – ma spesso il vero protagonista resta il branco, la dinamica collettiva che rende possibile la violenza e la alimenta.

 

Bullismo come antidoto al vuoto

 

Più che un romanzo sul bullismo, Al riparo dagli occhi è un libro sul vuoto adolescenziale. I protagonisti non agiscono solo per crudeltà: cercano qualcosa che riempia le loro giornate. La ferocia diventa una forma di eccitazione, un modo per spezzare la noia.

Il piacere della sopraffazione, la sensazione di potere sul più debole, l’adrenalina della trasgressione diventano così una specie di antidoto esistenziale. Non c’è un vero progetto criminale, ma un crescendo di gesti sempre più estremi che portano i ragazzi verso una soglia pericolosa.

Sul fondo c’è un’altra presenza – o meglio un’assenza – decisiva: gli adulti. Genitori e insegnanti appaiono spesso ignari, raggirati, incapaci di vedere cosa accade davvero. Il romanzo pone una domanda implicita e scomoda: quanto conosciamo davvero il mondo interiore degli adolescenti che vivono accanto a noi?

In questo senso il libro può essere letto come un romanzo di formazione rovesciato. I protagonisti non crescono attraverso la scoperta di sé o degli altri, ma attraverso la violenza, fino a sfiorare il baratro.

 

Un romanzo lungo e febbrile

 

Stefanoni costruisce un racconto molto esteso  con un ritmo che spesso punta sull’accumulo. Scene quotidiane, uscite notturne, sigarette, alcol, trasferte, conversazioni tra amici: piccoli rituali che si ripetono e creano un’atmosfera sempre più tesa.

Il linguaggio è diretto, realistico, vicino al parlato adolescenziale. L’autore privilegia l’azione e i gesti, mostrando passo dopo passo come il gioco della crudeltà diventi qualcosa di più serio.

 

Coraggio narrativo e qualche rischio

 

Il merito principale di Al riparo dagli occhi è il coraggio della prospettiva. Raccontare il bullismo dalla parte dei carnefici significa rinunciare alla consolazione morale immediata e costringere il lettore a restare dentro un territorio ambiguo.

Il romanzo restituisce con efficacia la dimensione sistemica del fenomeno: il bullismo non come episodio isolato, ma come dinamica di gruppo che prospera nell’indifferenza generale.

 

Raccontare il buio

 

Alla fine Al riparo dagli occhi lascia il lettore con una sensazione scomoda. Non offre soluzioni né redenzioni facili. Mostra piuttosto il lato oscuro di un’età che spesso la narrativa preferisce raccontare con nostalgia o con indulgenza.

Il romanzo dialoga inevitabilmente con la cronaca contemporanea – bullismo, baby gang, violenza tra minorenni – ma non pretende di spiegare tutto. Il suo obiettivo sembra piuttosto un altro: costringere l’adulto che legge a guardare dove di solito non vuole guardare.

E forse è proprio questo il senso del titolo: ciò che accade “al riparo dagli occhi” non è soltanto nascosto. È qualcosa che, molto spesso, non vogliamo davvero vedere.

 

 

 

 

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Tra le righe | 2026-03-14 10:38:00
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Al riparo dagli occhi, di Franco Stefanoni

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