Perché Banksy ci serve più dei suoi documenti d’identità
di Katia Regina
C’è qualcosa di squisitamente ironico nel vedere l’intelligence giornalistica globale mobilitarsi per dare un nome a un uomo che, per trent’anni, ha comunicato con noi tramite dei ratti. Proprio come Caravaggio che, con una spocchia che definiremmo oggi punk, sbatteva in faccia ai cardinali i piedi sporchi dei pellegrini o usava il cadavere di una prostituta annegata per dare il volto alla Vergine, Banksy ci ha costretti a guardare il verme nella mela del nostro benessere. Il Merisi dipingeva nature morte già decomposte per ricordarci che la bellezza marcisce; Banksy dipinge un manifestante che lancia fiori per ricordarci che la nostra violenza è solo mancanza di fantasia.
La genesi del genio, d’altronde, non è quasi mai un afflato divino, ma spesso un mix di sfiga e ripicca. Si dice che tutto sia iniziato perché una fidanzata lo mollò per il suo supervisore – il quale, dettaglio fondamentale per la satira sociale, possedeva un'auto. Invece di rigargli la carrozzeria, Banksy scelse il sabotaggio d'autore: bloccò le porte dell’ascensore all’ultimo piano nello stabile in cui lavoravano e lo riempì di formiche dipinte, sapendo che la ex ne era terrorizzata. Ecco l’arte come vendetta pratica. È lì che ha capito che un segno sul muro può fare più danni di un pugno.
Il resto è storia del marketing dell’ombra. Il passaggio allo stencil? Non una scelta estetica da accademia, ma pura logica da fuga: rannicchiato sotto un camion della spazzatura per scappare dalla polizia, fissò il numero di serie a mascherina sul telaio e capì che la rapidità era l’unica via per non finire al fresco. Da lì al Rat, l’anagramma perfetto di Art, il passo è breve: il topo che infesta le gallerie e sopravvive all'apocalisse mentre noi discutiamo di copyright. Il topo/Banksy che nel 2018 ha ridotto a striscioline una Girl with Balloon da Sotheby’s davanti a una platea di miliardari che, in un cortocircuito comico, hanno visto il valore del pezzo raddoppiare proprio mentre veniva distrutto.
Ma mentre celebriamo l'icona, distruggiamo il nido. A Bristol, il quartiere di Stokes Croft viene ripulito a suon di gentrificazione e Hamilton House – il porto sicuro di artisti e diseredati – viene svuotato per far posto ad appartamenti con parquet e portineria h24. Un film già visto dalle nostre parti: lo sgombero del Leoncavallo a Milano o dell’Askatasuna a Torino sono il trionfo di una legalità che preferisce il deserto grigio alla vitalità irregolare. Si preferisce criminalizzare come covi di drogati quelli che per anni sono stati gli unici centri di aggregazione per giovani che non possono permettersi il drink da 15 euro. Cercare di regolarizzarli, come suggerito dagli studi su Spin Time a Roma, sarebbe stato troppo intelligente per la nostra classe dirigente.
Oggi l’inchiesta Reuters del 2026 giura di averlo incastrato: sarebbe Robin Gunningham, alias David Jones. Uno scoop che ha il sapore di un autogol. Svelare Banksy non serve a renderci più liberi, serve solo a soddisfare quel voyeurismo che vuole ridurre l'enigma a un codice fiscale. In un'epoca dove tutti vendono la propria faccia per un like, l’anonimato di Banksy era l’ultimo spazio democratico rimasto: l’opera apparteneva a tutti perché non apparteneva a nessuno. Pur capendo lo sforzo investigativo, avrei preferito che tanta energia fosse spesa per svelare i misteri che ci tolgono il sonno, non quelli che ci regalano ancora la capacità di meravigliarci davanti a un segno che scuote la coscienza.
Consigli per la lettura: Kelly Grovier, Come Banksy ha salvato la storia dell'arte (L'ippocampo, 2025)
Il video del momento della distruzione del quadro Girl with Balloon da Sotheby’s
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