Sono definitive le condanne per mafia ed estorsioni legate al controllo del territorio nel quartiere Arenella di Palermo. La Corte di Cassazione ha confermato le sentenze già emesse nei precedenti gradi di giudizio nell’ambito dell’operazione “White Shark”, che nel 2020 aveva portato a diversi arresti.
I supremi giudici hanno ribadito le pene stabilite dal tribunale nel 2024 e dalla Corte d’Appello nel 2025: 20 anni di carcere per il boss Gaetano Scotto, 12 anni ciascuno per il fratello Francesco Paolo Scotto e per Giuseppe Costa.
Costa è il fratello di Rosaria Schifani, vedova dell’agente Vito Schifani, uno dei poliziotti della scorta del giudice Giovanni Falcone uccisi nella strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui morirono anche Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Secondo quanto emerso dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia, Costa – noto come “Pinuzzu u chieccu” – avrebbe fatto parte della famiglia mafiosa di Vergine Maria, occupandosi della raccolta del pizzo destinato al sostentamento degli affiliati detenuti.
Il ruolo di Scotto e i legami nella cosca
Gaetano Scotto è ritenuto il capo della cosca dell’Arenella. Dopo la sua scarcerazione, seguita all’assoluzione nel processo per la strage di via D’Amelio, aveva preso parte anche alla tradizionale processione in mare dedicata a Sant’Antonio da Padova, nel rione marinaro palermitano.
Da sempre indicato come uno dei possibili punti di contatto tra Cosa nostra e apparati deviati dello Stato, Scotto si fidava di Costa al punto da affidargli un compito delicato: individuare il responsabile di ammanchi nelle casse della cosca, sospetti che ricadevano anche sul fratello Francesco Paolo.
Scotto è inoltre stato condannato in primo grado per l’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e della moglie incinta Ida Castelluccio, uccisi a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989.
La distanza di Rosaria Schifani
Già negli anni successivi alla strage di Capaci, Rosaria Schifani aveva preso pubblicamente le distanze dal fratello, interrompendo ogni rapporto. Resta impressa la sua invettiva durante i funerali a Palermo: «Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio». Parole che la donna rivolse anche al fratello dopo il suo arresto, affidandole ai giornali: «Inginocchiati tu, Pino, mio Caino, fratello traditore». Le indagini, coordinate dai pm Amelia Luise e Giorgia Righi e condotte dalla Direzione investigativa antimafia, hanno retto fino all’ultimo grado di giudizio. Con la decisione della Cassazione si chiude definitivamente il procedimento, confermando responsabilità e condanne nel sistema estorsivo e mafioso attivo nella zona dell’Arenella.