Dentro Palazzo D’Alì: affreschi riemersi, saloni ritrovati e un cantiere che ...
Non è solo un restauro. È un palazzo che Trapani sta riaprendo, stanza dopo stanza, alla sua identità.
Chi entra oggi nel Palazzo comunale, tra ponteggi e polvere, vede il lato scomodo della cura. Ma quello che sta succedendo dentro è più forte del disagio: affreschi che tornano leggibili, stucchi salvati invece che rifatti, colori originali recuperati dopo decenni di interventi “sbrigativi”. E soprattutto una scelta: non trattare il palazzo come un ufficio qualunque, ma come un bene della città.
Rosalia d’Alì, assessore al Turismo, lo racconta come un lavoro “di certosino recupero amorevole” in uno storico edificio di fine Ottocento. “Le cose belle, le cose antiche, hanno bisogno di cura e di restauro”, dice mentre attraversa la sala pompeiana, interamente affrescata, dove le maestranze stanno riprendendo le superfici decorative e curando le lesioni create dal tempo. Il punto non è “rinfrescare” ma riportare a galla la verità: colori autentici, finiture coerenti, dettagli che ricompongono la storia del palazzo.
Ma andando avanti coi lavori sono emerse condizioni non prevedibili – degradi nascosti, impianti compromessi, parti non ispezionabili prima dei ponteggi – e si è dovuto ritarare alcune lavorazioni. Un cambio di passo del cantiere che ha richiesto l'approvazione di una seconda Variante del progetto Pnrr per Palazzo D’Alì (restauro, adeguamento sismico e impianto antincendio).
Il quadro economico resta dentro il finanziamento complessivo Pnrr (3.955.273 euro), ma la variante porta un incremento contrattuale di 762.654,42 euro (+37,24% rispetto al contratto originario), coperto usando ribassi ed economie di gara. Il cantiere, insomma, non “costa di più” alla città fuori dal perimetro del progetto: utilizza le risorse già previste, rimodulando le voci per fare quello che in un palazzo storico spesso accade davvero, cioè scoprire i problemi quando togli i veli e lavori a distanza ravvicinata.
La variante interviene su punti delicati: facciate e corte interna (degrado mappato a ponteggio montato), atrio segnato da umidità di risalita, ambienti del piano nobile dove demolizioni e saggi hanno portato alla luce ammaloramenti non diagnosticabili prima, superfici decorate in cui da vicino si notano microfessurazioni e distacchi della pellicola pittorica. E poi gli impianti: condizionamento con unità troppo vecchie per restare in esercizio, rifacimento di tratti dell’impianto elettrico e dell’illuminazione in spazi chiave, e presidi antincendio integrativi, anche in vista di una fruizione più ampia.
Il senso però resta quello raccontato dall’assessore: si sopporta il disagio perché la meta è restituire un luogo che appartiene a tutti. E non solo come sede istituzionale: l’idea dichiarata è che Palazzo D’Alì diventi anche una tappa di un percorso turistico-culturale stabile, non un’apertura occasionale.
Dentro questo racconto c’è una scena che vale più di tante parole. Una grande stanza era stata spezzata in tre ambienti da tramezzi costruiti anni fa. Oggi quei tramezzi sono stati eliminati e il salone è tornato uno: “il pavimento parlava chiaramente”, dice d’Alì. È un gesto simbolico e concreto insieme: riportare le proporzioni originarie, ricucire la dignità di uno spazio, lasciare che l’edificio torni a dire chi è.
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