Nel panorama culturale siciliano, dove troppo spesso le arti performative contemporanee faticano a trovare spazi stabili di sperimentazione, esistono realtà che scelgono di non attendere il cambiamento ma di produrlo. È il caso di Sikè Movement, collettivo artistico nato nel territorio trapanese dall’iniziativa delle ballerine e coreografe Alessandra Lamia e Mariele Chiara, due professioniste formatesi tra Italia, Olanda e Regno Unito e oggi impegnate in un percorso che intreccia ricerca corporea, performance dal vivo, produzione audiovisiva e collaborazioni multidisciplinari.
Il nome non è casuale. “Sikè” richiama infatti Sikelia, l’antica denominazione bizantina della Sicilia: una dichiarazione di appartenenza che diventa manifesto poetico. Il collettivo lavora infatti sul corpo come archivio di memoria, sul paesaggio come interlocutore scenico e sull’identità isolana come materia drammaturgica.
Una pratica che, partendo dalla provincia, guarda con decisione ai circuiti nazionali e internazionali.
Un collettivo nato per riportare l’arte contemporanea nel territorio
Sikè Movement nasce da una domanda precisa: cosa accade quando artiste formate fuori scelgono di tornare?
La risposta, in questo caso, è la costruzione di un laboratorio permanente di creazione.
Dopo anni di studio e lavoro all’estero, Lamia e Chiara decidono di investire nella loro terra d’origine dando vita a una realtà che nel Trapanese mancava: un collettivo dedicato alla sperimentazione sul movimento corporeo come linguaggio artistico totale.
Attorno al nucleo coreografico si aggregano musicisti, cantanti, videomaker e produttori, dando forma a una struttura flessibile capace di muoversi tra teatro fisico, installazione performativa, danza urbana e produzione cinematografica.
La loro cifra è chiara: non usare il corpo solo come esecutore di passi, ma come strumento di narrazione sociale, politica ed emotiva.
La Sicilia come materia viva: da “Spartenza” a “Ràrica”
Negli ultimi anni il lavoro di Sikè ha assunto una direzione sempre più riconoscibile: fare della Sicilia non soltanto uno sfondo, ma una presenza drammaturgica.
È il caso di SPARTENZA, progetto multidisciplinare nato nell’ambito della mostra d’arte contemporanea “Rivolta Femminile”, in cui performance dal vivo e opera filmica dialogano attorno al tema della lontananza dalla propria terra. Nostalgia, sradicamento, desiderio di ritorno e appartenenza diventano azioni fisiche, immagini acquatiche, corpi sospesi tra assenza e memoria.
Da questa stessa matrice nasce RÀRICA, ultimo cortometraggio del collettivo: un’esperienza immersiva che utilizza l’acqua come simbolo primario di origine e riconnessione. Il corpo che si immerge non è più soltanto un performer, ma un soggetto che attraversa il proprio inconscio geografico.
In Sikè il paesaggio siciliano non è contemplato: viene abitato, toccato, sfidato, interiorizzato.
Screendance: quando la danza diventa cinema
È però soprattutto nell’ambito della screendance che Sikè Movement sta costruendo una propria riconoscibilità internazionale.
Per comprendere il valore di questo lavoro occorre fare un passo indietro. La screendance — o videodanza — non è una semplice ripresa di uno spettacolo teatrale. È un linguaggio artistico autonomo in cui danza e cinema vengono concepiti insieme fin dall’origine dell’opera.
La videocamera non registra il movimento: lo coreografa.
Il montaggio non assembla immagini: diventa parte della scrittura coreografica.
Come spiegano studiosi del settore, la screendance permette di mostrare “tutto ciò che in un teatro non sarebbe visibile”: dettagli del gesto, cambi repentini di spazio, alterazioni temporali, immersioni percettive, continuità impossibili tra paesaggi differenti. Il corpo dialoga con l’obiettivo, con il montaggio, con la luce e con la materia filmica stessa.
In altre parole: non è danza filmata, ma danza pensata per lo schermo.
Negli ultimi anni questo linguaggio ha conosciuto una crescita esponenziale nel panorama internazionale grazie alla diffusione di festival dedicati, competizioni specifiche e nuove piattaforme curate esclusivamente per il dance film. Anche in Italia la screendance sta vivendo una stagione di forte rinnovamento, con rassegne e call internazionali che ne testimoniano la centralità sempre maggiore nel discorso coreografico contemporaneo.
I riconoscimenti internazionali: da Pesaro a Londra
Sikè Movement ha intercettato questo processo con lucidità, scegliendo lo schermo come estensione naturale della propria poetica.
Nel 2023 il film “Arianna” ottiene la selezione ufficiale al festival Interfaccia Digitale di Pesaro.
Nel 2025 il cortometraggio “KAOS” riceve una menzione speciale al The Dancers Short Film Festival di Londra e la nomination nella categoria Best Dance allo UK Fashion Film Festival, sempre a Londra.
Riconoscimenti che non rappresentano soltanto successi curricolari, ma la conferma di una capacità rara: tradurre la danza in immagine senza perderne la verità fisica.
Nei lavori di Sikè, infatti, il corpo non subisce il filtro cinematografico ma lo usa per amplificare il proprio linguaggio. L’acqua, la terra, il fuoco, gli spazi industriali o naturali diventano partner di scena; la cinepresa entra dentro il respiro, nell’oscillazione del muscolo, nella vibrazione minima del gesto.
Il risultato è una narrazione che non passa dalla parola ma da una grammatica visiva profondamente sensoriale.
Collaborazioni, teatro e fuoco: una poetica in continua espansione
Parallelamente alla ricerca audiovisiva, Sikè porta avanti un’intensa attività performativa.
Da anni collabora con Giuseppe Cimarosa, come ballerine e coreografe per produzioni di Teatro Equestre presentate in Sicilia e in contesti nazionali di rilievo, partecipando a eventi istituzionali e mediatici di grande visibilità.
Da questa esperienza nasce un ulteriore ampliamento del vocabolario artistico: l’uso del fuoco come elemento scenico, oggi integrato in performance private e site specific.
Non manca inoltre una dimensione pedagogica e sociale, con spettacoli dedicati ai temi della legalità e della convivenza civile realizzati per gli istituti scolastici del territorio trapanese.
È il segno di una compagnia che non separa mai estetica e responsabilità culturale.
Una nuova geografia della danza contemporanea siciliana
In un Sud spesso raccontato come luogo da cui partire, Sikè Movement prova a invertire la prospettiva: partire sì, ma per tornare con nuovi strumenti.
La loro operazione è culturale prima ancora che artistica: dimostrare che anche dai margini geografici può emergere una produzione contemporanea capace di parlare il linguaggio internazionale della danza, del cinema e della performance.
Il corpo, in questo percorso, diventa archivio di appartenenza ma anche dispositivo politico.
E forse è proprio questa la sfida più interessante del collettivo trapanese: fare della memoria un movimento e del movimento un’immagine destinata a restare.