Che avrà avuto di tanto speciale S. Francesco d’Assisi per essere il santo più conosciuto al mondo, il più amato persino dagli atei anticlericali, il più rappresentato in ogni arte, ancora dopo oltre 800 anni?
È questa la domanda a cui Giovanni Scifoni prova a rispondere in “FRA’ – San Francesco, la superstar del Medioevo”, in scena il 18 marzo al Teatro “Ariston” di Trapani.
Un monologo di circa 90 minuti, senza intermezzo, che esplora la personalità, la fede e il carisma del Santo, attraverso i momenti salienti della sua vita ed i suoi scritti, per restituirne un ritratto prevalentemente umano. Il ritratto di un ragazzo un po' frikkettone piccolo borghese, con la velleità e l’ardore giovanile di fare le rivoluzioni e il complesso delle orecchie “importanti” e a sventola. Un giovane uomo che, nella sua crescita e nel suo percorso di conversione, incontra Dio nel creato e nel volto di altri uomini e donne, come quello del compagno Rufino, che anche lui aveva un complesso, quello del naso grosso, ed era il suo più leale amico.
Giovanni di Pietro di Bernardone, ma che tutti chiamavano Franciscus, “il francese”, perché recitava dalla chanson de geste mentre predicava e affascinava immense folle. Una pop star medioevale, un one-man-show capace di parlare con gli animali, un pittore, che utilizzava il corpo per scandalizzare i bigotti e mettere a nudo le ipocrisie. Che utilizzò perfino la propria malattia e il dolore fisico, per raccontare il mistero di Dio.
Che, come tutti i comunicatori, ad un certo punto ha messo in dubbio la propria “fonte di ispirazione”, la propria regola, la capacità di evangelizzare: un dubbio nato dallo scontro ed dal confronto con la realtà profondamente umana dei confratelli. Perchè non tutti siamo santi, ma solo accettando e attraversando le nostre imperfezioni possiamo diventarlo.
Giovanni Scifoni riempie la scena, libera i costrutti attoriali, con la sua ironia e la recitazione ricca di contaminazioni: balla e salta come un giullare medievale “che salta e piroetta e che vi fa ridere, che prende in giro li potenti”, come Dario Fo nel “Mistero Buffo”. Racconta e riflette la vita di Francesco d’Assisi, con strascichi di romanesco e l’intensità di Gigi Proietti – che di Scifoni è stato maestro, insieme a Paolo Poli – in “Edmund Kean”. Ed anche il ricordo di Enrico Montesano, nel ghigno e nella verve della gioventù.
Contaminazioni che sono fondamentali per rompere gli schemi tradizionali e connettere l'arte drammatica con la complessità del mondo contemporaneo, in modo che il teatro che si rinnova, diventa uno strumento più efficace di indagine sociale e di espressione emotiva. Mission in cui riesce pienamente Giovanni Scifoni, affascinando, divertendo e mai stancando un pubblico speciale.
Un pubblico che ha reso sold out lo spettacolo e che meriterebbe anch’esso un’indagine sociale. Un pubblico eterogeneo, per generazione e formazione – dagli abbonati storici allo spettatore occasionale – ma in cui la presenza di uomini e donne saldamente legati al mondo cattolico, tra i quali molti sacerdoti e lo stesso Vescovo di Trapani, Mons. Pietro Maria Fragnelli in prima fila, ha fatto pensare quasi ad un pellegrinaggio laico parrocchiale.
Probabilmente, è stata proprio la figura da “superstar” di San Francesco, la cui storia è stata portata al cinema da Franco Zeffirelli e Liliana Cavani; in teatro da Dario Fo e Piero Castellacci; in musica da Angelo Branduardi e Claudio Baglioni, su tutti.
Magari il fatto che Giovanni Scifoni ha collaborato con TV2000 nell’approfondimento agiografico di Santa Rita e S. Agostino; per il precedente monologo “Anche i santi hanno i brufoli”, in cui narra i santi non come statue perfette, ma come esseri umani pieni di difetti, dubbi e talvolta comportamenti bizzarri, rendendoli vicini al pubblico moderno, ma sempre con grande profondità teologica.
E chissà, magari in tanti erano a teatro anche per sentire un po' come questo Scifoni - attore teatrale e quindi dentro lo stereotipo della “dissolutezza” degli artisti – interpretava il patrono d’Italia, quanto potesse essere “eretico”. Ed in effetti, a ben guardare, tra il pubblico qualcuno che si è agitato sulla sedia c’è stato, davanti ad un linguaggio ironico, popolare e simpatico dello spettacolo. E anche qualche applauso e sorriso di circostanza.
Ad accompagnare Scifoni in questa agiografia di San Francesco, una band di tre elementi, Luciano di Giandomenico, Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli che, vestiti da frati, suonano musiche medioevali con strumenti antichi. Una messa in scena di grande accuratezza per il light designer e per l’arredamento scenico, essenziale, ed in cui ogni oggetto aveva molteplici funzioni: lo sgabello diventa la mangiatoia del primo presepe, per esempio.
O la scenografia, disegnata dallo stesso Scifoni durante la sua performance, che riprende il ritratto umanissimo del Santo dipinto da Bonaventura Berlinghieri nel 1235 - oggi conservata nella chiesa francescana di Pescia – sulla descrizione realistica di Tommaso da Celano.
Lo spettacolo di Scifoni è un itinerario dentro la mente, il corpo e la voce di un uomo che ha trasformato il racconto in una forma di estasi.
San Francesco, in questa interpretazione profonda e luminosa, si rivela come il più grande performer ed influencer della storia: un visionario capace di dare voce al divino attraverso la carne, il canto, la poesia, la sofferenza. E sì, persino attraverso il silenzio.
Quello della sala di un teatro, dove il buio diventa immaginazione e la parola magia, in uno spettacolo tutto da vedere.
@Foto di Lenny Fanara