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19/03/2026 06:00:00

Sea Watch 5 attracca a Trapani: 93 migranti soccorsi, scontro su porti lontani 

Sea Watch 5 ha attraccato al molo Ronciglio di Trapani nel primo pomeriggio del 18 marzo.

 

La nave ONG battente bandiera tedesca – una offshore Tug/Supply Ship, imbarcazione specializzata progettata per supportare le attività di estrazione di petrolio e gas in mare aperto, ora diventata una nave soccorso – ha effettuato il soccorso nel Canale di Sicilia, in zona SAR, in due momenti diversi del 15 marzo scorso: si trattava di due gommoni alla deriva da due giorni, con un totale di 93 persone, tra cui 27 minori, tre famiglie ed una donna in stato di gravidanza.

 

I soccorsi in mare

 

Per nove di loro è stato disposto uno sbarco sanitario d'urgenza a Lampedusa con un medevac (Medical evacuation), un trasporto pianificato e assistito, portato a buon fine in modo molto difficoltoso, perché solitamente avviene in elicottero: questa volta, ad effettuare l’operazione sono stati la motovedetta della Guardia Costiera “Charlie Papa” e la nave “Diciotti”, che stava a ridosso per riparare dalle onde alte 2,50 mt. Tra queste nove persone, è stata sbarcata una bimba di due anni in grave stato di ipotermia.

 

L’assegnazione del porto e la rotta verso Trapani

 

Immediatamente dopo, a Sea Watch 5 viene notificato come porto di sbarco Marina di Carrara: 1100 km di distanza e quattro giorni di navigazione per 84 persone stremate da giorni in mare in condizioni meteo avverse, che presentano ustioni da carburante, una conseguenza frequente delle traversate su imbarcazioni di fortuna, dove benzina e acqua salata si mescolano causando gravi lesioni cutanee.

Sea Watch 5 non ha esitato ed ha diretto la prua verso il nord della Sicilia, facendo rotta verso Trapani.

La nave ong si è quindi rivolta al Tribunale per i minorenni di Palermo, chiedendo almeno lo sbarco immediato dei minori e delle famiglie, che è avvenuto nei pressi di Capo Feto il 17 marzo scorso, sempre con l’aiuto della Guardia Costiera, mettendo in salvo 27 minori non accompagnati e 3 famiglie.

È Il Tribunale per i minorenni di Palermo, disponendo il trasferimento dei 20 minori, torna a sottolineare un punto fermo: i diritti delle persone vulnerabili non possono essere sacrificati da atti amministrativi.

La situazione sanitaria dei 57 migranti rimasti a bordo è però degenerata a causa del fortissimo mal tempo: alla scabbia si sono aggiunte febbri e dissenterie, causando gravi stati di disidratazione su persone che erano per mare almeno già da venerdì scorso.

 

 

La disobbedienza civile e la prassi dei porti lontani

 

Sea Watch 5, col suo equipaggio internazionale e la sua capo missione italiana, Chiara Milanese, con un atto di disobbedienza civile al decreto Piantedosi e dichiarando lo "stato di necessità", ha chiesto alla Capitaneria di porto di Trapani di poter attraccare.

Nel richiamo allo “stato di necessità” emerge con chiarezza la frattura tra due opposte interpretazioni del quadro giuridico. Da una parte, lo Stato italiano rivendica un ampio margine discrezionale nell’individuazione dei porti di sbarco, giustificato da esigenze di gestione e sicurezza. Dall’altra, le organizzazioni umanitarie si richiamano all’impianto normativo internazionale — dalla Convenzione SAR alla SOLAS fino alle linee guida operative — che impone agli Stati costieri di assicurare un approdo sicuro in tempi compatibili con la tutela dell’incolumità delle persone soccorse. Non si tratta di stabilire una soglia chilometrica, quanto piuttosto di rispettare un principio sostanziale: contenere al minimo l’esposizione al rischio dopo il salvataggio. È lungo questa linea di tensione che si colloca la scelta della Sea-Watch 5 di dirigersi verso Trapani, ritenuto lo scalo più idoneo per prossimità e condizioni.

L’indicazione del porto di Marina di Carrara non è un caso isolato: nel 2025 la Sea‑Watch 5 ha ricevuto più volte la stessa indicazione di “porto sicuro”, con sbarchi documentati negli ultimi mesi, e lo stesso è avvenuto per altre navi soccorso. Questa è una prassi che le organizzazioni umanitarie giudicano “punitiva” perché, prolungando le navigazioni, sottrae le navi per giorni alle aree di ricerca e soccorso.

 

In rada a Trapani e le operazioni di sbarco

 

La Sea Watch 5 ha trascorso tutta la mattinata del 18 marzo in rada appena fuori dal porto di Trapani, in attesa dell’autorizzazione della Capitaneria di porto – arrivata nel primo pomeriggio - che, per proprie competenze, si è limitata ad assegnare la banchina di sbarco, mentre Questura e Prefettura hanno coordinato le operazioni di sbarco, assistenza e identificazione. I migranti, provenienti da Stati dell’Africa subsahariana, sono stati portati in una struttura della Croce Rossa per poi essere dirottati nei vari centri di competenza.

Nel frattempo, il CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Milo è chiuso da un mese, a seguito di due incendi che lo hanno reso inagibile, col personale della cooperativa in cassa integrazione.

 

Il contesto e le tensioni col Governo

 

La vicenda della Sea Watc5 - cui nelle prossime ore verrà quasi certamente comunicato il fermo amministrativo, in violazione del decreto Piantedosi - si aggiunge ad un contesto travagliato.

Il 19 febbraio scorso, il Tribunale di Catania le ha sospeso un precedente fermo amministrativo, inflitto dopo un intervento del 25 gennaio durante il quale la nave aveva soccorso 18 persone, tra cui due bambini.

Diversi tribunali hanno infatti riconosciuto che la cosiddetta Guardia costiera libica non può essere considerata un interlocutore nel sistema di rescue, come numerose inchieste e rapporti internazionali hanno documentato.

Il tribunale di Chieti ha sospeso l’efficacia del fermo amministrativo e della sanzione pecuniaria inflitti alla nave di soccorso Humanity 1, quando nel dicembre 2025 era stata fermata nel porto di Ortona; così come il tribunale di Ragusa ha condannato il Viminale per la detenzione della nave e ong Sea Eye nel porto di Pozzallo, a giugno scorso.

Durissima la reazione di Matteo Piantedosi  che ha annunciato l’intenzione di impugnare le sentenze considerate troppo permissive verso le ONG.

Quello che accade attorno alla Sea Watch 5 e alle altre navi soccorso non è un incidente, né un’eccezione. È il prodotto di una scelta politica precisa: trasformare il soccorso in mare in un terreno di scontro, dove il rispetto delle norme viene piegato a una logica di deterrenza.

L’assegnazione di porti lontani, i fermi amministrativi, l’inasprimento delle sanzioni sono dispositivi che ridefiniscono, nei fatti, chi può essere salvato, quando e a quali condizioni. E soprattutto, quanto costa farlo.

In questo scenario, il diritto internazionale viene progressivamente svuotato nella pratica. Il “place of safety” diventa una formula elastica, il “tempo ragionevole” una variabile negoziabile, mentre la gestione dei porti prende il sopravvento sull’obbligo di soccorso.

E allora la domanda non è più solo cosa prevede la legge del mare. La domanda è quale idea di umanità si decide di applicare quando quella legge entra in collisione con le politiche di controllo. Perché in mare, prima ancora che una questione giuridica, il soccorso resta una scelta. E oggi, sempre più spesso, è una scelta politica.



Immigrazione | 2026-03-18 15:20:00
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La Sea Watch è arrivata al porto di Trapani

È arrivata al porto di Trapani la nave Sea Watch 5, con a bordo 57 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale. L’imbarcazione umanitaria ha fatto rotta verso la Sicilia occidentale dopo aver deciso di non raggiungere il porto...