Mimmo Risica, il medico che ha scelto Trapani: "Così salvo le vite degli ultimi"
Mimmo Risica è un medico e salva vite.
Ma da anni, oltre a curare, raccoglie prove.
Cardiologo, trentacinque anni nel Servizio sanitario nazionale, già primario all’Ospedale Civile di Venezia, dopo la pensione avrebbe potuto scegliere la traiettoria normale di chi ha già dato abbastanza: una casa a Trapani, il tempo per sé e per la moglie Daniela.
Ha scelto invece il punto in cui la vita umana si spezza più facilmente.
Prima con Emergency, negli ospedali e nei campi profughi dell’Africa e del Medio Oriente. Poi sulle navi di Mediterranea Saving Humans, nel Mediterraneo centrale, dove il mare ha smesso da tempo di essere geografia ed è diventato una frontiera di sopravvivenza.
Nelle parole di Mimmo Risica il Mediterraneo non è l’astrazione geopolitica di cui discutono i governi. È un luogo concreto dove i corpi finiscono schiacciati nelle stive, i bambini arrivano ustionati da benzina e acqua salata, le donne portano addosso la sistematicità dello stupro, gli uomini sopravvivono a dieci ricatture e continuano ugualmente a ripartire.
Questa è la parte che l’Europa continua ostinatamente a non voler guardare.
Le sue missioni umanitarie iniziano nel 2006 con Emergency. L’anno dopo partecipa all’avvio del primo ospedale cardiochirurgico gratuito dell’Africa.
È lì che cambia il suo modo di intendere la medicina: nessuna carriera, nessuna burocrazia, nessuna distanza protettiva. Solo il rapporto essenziale tra chi soffre e chi prova a curarlo.
Una postura che non abbandonerà più.
Nei campi profughi del Kurdistan, con l’Isis alle porte e la vita ridotta a ghetto della libertà. A Khartoum, in un insediamento di mezzo milione di persone fatto di baracche di paglia, fango e sterco, dove l’acqua arriva a dorso di mulo da pozzi lontani.
Mimmo Risica sa che le migrazioni non sono un’emergenza improvvisa da talk show, ma la conseguenza prevedibile di un mondo che collassa a pezzi.
Il mare è soltanto l’ultimo tratto di una fuga iniziata molto prima.
Il "double deck" della morte
Ma è il mare a imprimergli la ferita definitiva.
La prima grande missione di soccorso la vive nel 2014, a dodici miglia dalla Libia, su una nave statunitense del Moas.
Davanti all’equipaggio compare una imbarcazione double deck sovraccarica, centinaia di persone stipate come merce. Nella stiva, decine di ragazzi sono già morti, soffocati dai fumi del carburante.
Da quel momento Mimmo Risica non smette più.
Per una coincidenza incontra in aereo Beppe Caccia, co fondatore di "Mediterranea", e accetta di salire a bordo delle navi civili di soccorso nel Mediterraneo centrale.
Ed è un Mediterraneo che continua a produrre numeri da guerra. Secondo l’International Organization for Migration, nei primi giorni di aprile 2026 i morti e dispersi sulle diverse rotte del Mediterraneo sono già almeno 990, con 830 vittime solo nella rotta centrale: il peggior inizio d’anno registrato da quando l’agenzia ONU monitora questi dati.
Il dato più impressionante è che questo aumento della mortalità avviene mentre gli sbarchi complessivi in Italia risultano in calo rispetto allo stesso periodo del 2025. Si parte meno, ma si muore di più. E spesso senza lasciare traccia.
Eppure la discussione pubblica continua a ruotare non attorno ai morti, ma attorno alle navi che li raccolgono.
Come se il problema fossero i testimoni e non il massacro.
Le storie che smentiscono il pull factor
Da anni una parte della politica europea insiste su una tesi: la presenza delle ONG favorirebbe le partenze, il cosiddetto "pull factor".
È una teoria comoda perché sposta la responsabilità dal perché si fugge al perché qualcuno salva.
Ma i racconti che Mimmo Risica raccoglie a bordo la rendono quasi indecente.
C’è l’eritreo di trentaquattro anni che viaggia da diciassette: Sudan, Kenya, Libia, campi, detenzioni, respingimenti. Quando viene soccorso continua ad abbracciare i salvatori come chi ha attraversato un’intera vita di fuga.
C’è la donna etiope incinta con un figlio di cinque anni, partita per raggiungere il marito in Svezia, impossibilitato al ricongiungimento dai parametri economici europei.
C’è la donna rinchiusa per una settimana underground insieme ad altre quattrocento persone, dentro una buca scavata nel terreno, senza acqua e quasi senza cibo.
Ci sono gli uomini costretti a telefonare alle famiglie mentre un compagno viene torturato davanti alla videocamera per ottenere denaro.Ci sono le donne che raccontano violenze sessuali sistematiche nei campi libici e le punture di estrogeni cui sono sottoposte per evitare le gravidanze.
E c’è un uomo incontrato durante uno degli ultimi soccorsi che aveva già subito dieci ricatture da parte delle cosiddette guardie costiere libiche.
Dieci volte riportato indietro. Dieci volte ripartito.
Chi sale su un gommone dopo dieci ricatture non sta inseguendo una scorciatoia umanitaria, sta tentando di uscire da un luogo percepito come peggiore della morte.
Ed è qui che la teoria del pull factor collassa.
Nessuno mette un bambino di cinque anni su un gommone notturno perché sa che forse troverà una ONG. Lo fa perché l’alternativa è ritenuta più insopportabile del mare, perché sa che restando dovrà consegnarlo alla fame, alle milizie, al deserto o al lager.
La fabbrica della ricattura
Le navi civili vedono anche ciò che gli Stati preferiscono non vedere.
Vedono le chiamate mayday che restano senza risposta. Vedono le barche intercettate e riportate indietro. Vedono la macchina delle ricatture.
Dal Memorandum Italia-Libia del 2017, la gestione del Mediterraneo centrale si è fondata su un principio preciso: spostare il controllo della frontiera fuori dal territorio europeo, delegando alle autorità libiche il blocco dei migranti.
È la politica dell’esternalizzazione del confine: meno presenza europea, più delega a soggetti terzi, meno visibilità pubblica delle violenze.
Il risultato è noto da anni alle organizzazioni internazionali: detenzioni arbitrarie, torture, estorsioni, tratta di esseri umani.
Le ONG sono diventate così non soltanto soccorritori, ma osservatori indipendenti di una zona che gli Stati preferiscono tenere opaca. Ed è anche questa funzione che interrompono i fermi amministrativi: come quella di Mare Jonio, di Mediterranea, di Humanity, di Sea Watch nel porto di Trapani.
Per questo danno fastidio.
Perché salvano, certo. Ma soprattutto perché documentano che il Mediterraneo non è una frontiera difesa: è una frontiera appaltata.
Mimmo Risica e gli occhi sul Mediterraneo
Sulle navi Mimmo non è soltanto il medico che misura parametri vitali.
È il luogo in cui i naufraghi iniziano a parlare.
Durante una visita, una medicazione, una notte passata sul ponte, le persone gli consegnano frammenti di biografie che nessuna statistica migratoria potrà mai contenere.
Così Mimmo Risica è diventato, missione dopo missione, un archivio vivente della verità migrante.
Fra tutte le immagini che conserva, ce n’è una che forse spiega il senso ultimo del suo stare a bordo: i bambini.
Li vede arrivare ustionati dalla miscela di benzina e acqua salata, disidratati, schiacciati al centro della chiglia spaccata dei gommoni, dove le madri li collocano credendolo il punto più sicuro. Li vede nel momento più delicato del soccorso, quando basta il panico di pochi secondi e il gesto istintivo di buttarsi in acqua per trasformare il rescue in tragedia.
Poi, appena toccano il ponte della nave, molti prendono fogli e colori e iniziano a disegnare.
Disegnano la nave, le persone che li stanno accogliendo, la gioia improvvisa di essere ancora vivi.
È l’infanzia che riconosce immediatamente il passaggio da uno spazio di minaccia a uno spazio di cura.
Ma Mimmo sa bene che quel sorriso è solo una tregua.
Perché i traumi delle violenze subite, delle morti viste, della traversata, resteranno dentro quei bambini molto più a lungo del tempo di una missione.
Ed è forse qui che si comprende fino in fondo il valore della sua testimonianza: sottrarre queste persone alla statistica e restituirle alla biografia.
Restituire un nome dove il dibattito pubblico produce soltanto la parola flusso.
Il mare non chiama nessuno
La verità che Mimmo Risica ha imparato in questi anni è semplice.
Le persone non partono perché qualcuno potrebbe salvarle.
Partono perché restare significa fame, guerra, persecuzione, detenzione, assenza di futuro.
Le ONG arrivano dopo.
Arrivano quando tutto il resto ha già fallito.
Non sono il motore delle migrazioni.
Sono il residuo civile che impedisce al Mediterraneo di diventare un enorme spazio di morte senza testimoni.
E in questo sta il significato politico più profondo della loro presenza: ricordare all’Europa, missione dopo missione, ciò che l’Europa preferirebbe non guardare.
Perché mentre i governi discutono di quote, respingimenti e sicurezza, nel solo avvio del 2026 quasi mille persone sono già scomparse nel Mediterraneo. E molte di loro non avranno neppure un corpo da restituire alle famiglie.
Mimmo Risica, in fondo, fa questo: impedisce che scompaiano anche dalla memoria.
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