"Mare Jonio", il Tribunale di Trapani: “Il soccorso viene prima delle regole”
Il Tribunale di Trapani stabilisce che salvare vite in mare prevale sulle norme amministrative: in concreto, una nave che interviene per soccorrere persone in pericolo non può essere sanzionata se rifiuta di attenersi a indicazioni che porterebbero a uno sbarco non sicuro.
Nella sentenza pronunciata per il caso del soccorso effettuato dalla nave-soccorso “Mare Jonio”, di “Mediterranea Saving Humans”, il 16 ottobre 2023, sono state definitivamente annullate le sanzioni: il fermo amministrativo della nave per venti giorni e la multa di oltre 3 mila euro, applicate sulla base del decreto legge Piantedosi. E con una decisione che va oltre il singolo caso, il Ministero dell’Interno è stato anche condannato a pagare le spese legali.
Il soccorso del 16 ottobre 2023
Il 16 ottobre 2023, nel Mediterraneo in zona SAR libica - area di Ricerca e Soccorso in mare - un gommone in difficoltà rischiava di trasformarsi nell’ennesima tragedia. Il motore era fuori uso, i tubolari danneggiati, decine di persone ammassate senza dispositivi di salvataggio, di cui una era già caduta in acqua. La segnalazione arrivò dall’aereo civile SeaBird 2. La Mare Jonio intervenne e mise in salvo 69 persone: famiglie, donne, bambini, persino un neonato. Il giorno dopo, lo sbarco a Trapani.
Un’operazione che, nella prassi del diritto del mare, rientra in un obbligo preciso: salvare chi è in pericolo. Non è così per il decreto Piantedosi, con cui il governo tenta di regolamentare — e secondo molte ONG, ostacolare — le operazioni di soccorso delle navi civili, sulla base del quale fu disposto il fermo amministrativo ed elevata la multa.
Il decreto Piantedosi
Diventato legge parlamentare il 24 febbraio del 2023, pochi mesi prima dei fatti riguardanti la Mare Jonio, impone alle imbarcazioni di richiedere immediatamente un porto di sbarco dopo il primo intervento e di dirigersi senza ritardi verso la destinazione assegnata, evitando così di effettuare ulteriori salvataggi lungo la rotta. Il decreto richiede inoltre il coordinamento con le autorità competenti nelle aree SAR, anche quando queste fanno capo a paesi come la Libia, e prevede obblighi di raccolta di informazioni sulle persone soccorse. In caso di violazione, sono previste sanzioni amministrative che possono includere multe, fermo della nave e, nei casi più gravi, la confisca.
Per le ONG, si tratta di un nodo cruciale: ogni fermo comporta la sospensione delle attività di ricerca e soccorso in una delle rotte migratorie più pericolose al mondo. Per le autorità, invece, rappresenta uno strumento di regolazione e controllo delle operazioni in mare.
Le motivazioni del Tribunale
Alla Mare Jonio nel 2023 era stato contestato di non essersi coordinata con le autorità libiche e di non aver richiesto loro l’assegnazione di un porto di sbarco. Una condotta che, secondo il tribunale, non solo non è sanzionabile, ma risulta giustificata proprio dall’assenza dei requisiti di sicurezza in Libia, paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dove sono documentate gravi violazioni dei diritti umani.
Nella sentenza si sottolinea come il comandante abbia agito correttamente, effettuando un “motivato discostamento” dalle indicazioni ricevute, in nome della tutela delle persone soccorse. Nella pratica, la Guardia Costiera collabora con le ONG nel soccorso, mentre le Autorità marittime applicano le sanzioni previste dal Governo.
I precedenti giudiziari
Negli ultimi anni, diversi fermi amministrativi imposti alle navi delle ONG impegnate nel soccorso in mare nel Mediterraneo sono stati revocati dai tribunali italiani, spesso a seguito di ricorsi legali che hanno evidenziato l’illegittimità delle sanzioni basate sui decreti del governo: nel dicembre 2025 la revoca del fermo a Mediterranea, a febbraio 2026 quello della Sea Watch, a marzo annullamento per "Geo Barents" di Medici senza Frontiere e Humanity I. Tutte le sentenze hanno evidenziato la difformità delle sanzioni rispetto alle norme internazionali sul soccorso in mare. Eppure il governo ha continuato ad imporre fermi e multe.
Le reazioni politiche
La sentenza del Tribunale di Trapani ha riacceso immediatamente i riflettori sulle politiche migratorie del governo.
Dal Partito Democratico di Trapani, la presidente Valentina Villabuona pone l’attenzione sulla “illegittimità di una linea politica e amministrativa che ha cercato di colpire le navi umanitarie anziché riconoscere il valore e la necessità del soccorso in mare”, evidenziando in particolare il principio affermato nella decisione del Tribunale: la Libia non può essere considerata un porto sicuro di sbarco, e proprio su questo punto viene smontata una delle pretese più gravi su cui si è fondata l’azione del Ministero. “Il decreto Cutro, presentato dal Governo come strumento di rigore e legalità, viene nei fatti smontato dalle sentenze ogni volta che si scontra con il diritto, con i principi umanitari e con il dovere di salvare vite umane”.
Ancora più critiche le organizzazioni direttamente coinvolte nelle operazioni di ricerca e soccorso. Mediterranea Saving Humans parla di “fallimento delle politiche governative”, sostenendo che i limiti imposti alle ONG abbiano contribuito ad aumentare i rischi nel Mediterraneo centrale. L’organizzazione richiama le denunce delle Nazioni Unite sulle condizioni in Libia e sulle violazioni dei diritti umani, collegando questi elementi alla necessità di garantire interventi di soccorso tempestivi e non ostacolati. La Ong chiama in causa direttamente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, parlando di responsabilità politica per una linea che, a loro avviso, viene ripetutamente ridimensionata nei tribunali.
Il ruolo di Trapani
La decisione del Tribunale di Trapani si inserisce in un contesto territoriale particolarmente significativo. Trapani è diventata negli ultimi anni uno dei principali snodi amministrativi per i fermi delle navi ONG: banchine occupate per settimane da imbarcazioni bloccate, equipaggi fermi a terra, navi di soccorso costrette all’inattività mentre al largo continuano le partenze.
Proprio nel porto trapanese si sono concentrati diversi provvedimenti di fermo amministrativo nei confronti di imbarcazioni umanitarie – Humanity I e Sea Watch 5, le ultime – nell’ambito dell’applicazione delle nuove norme introdotte dal governo. Per diverse settimane, la nave Mediterranea è stata all’ancora in stato di detenzione proprio accanto alla Mare Jonio da un lato, ed allo scafo abbandonato e dismesso della Iuventa dall’altro. E proprio dal porto di Trapani sono partite le missioni in “supplenza” delle navi più grandi, come quella della Safira, attualmente in mare al largo di Lampedusa.
Cosa cambia
La sentenza potrebbe ora avere effetti anche su altri procedimenti analoghi ancora in corso, contribuendo a ridefinire i limiti di applicazione delle norme nei confronti delle navi civili. Il Tribunale di Trapani rafforza un orientamento già emerso in altri casi: le norme amministrative non possono impedire il soccorso in mare quando sono in gioco vite umane. Per le ONG, significa avere un riferimento giuridico più solido contro fermi e sanzioni. Per le autorità, si restringe lo spazio di applicazione delle misure previste dal decreto Piantedosi. Per chi si trova in mare, può significare una cosa molto concreta: una nave in più operativa invece che ferma in porto, più ore di ricerca, più possibilità che qualcuno arrivi in tempo.
Resta aperto il confronto tra indirizzo politico, orientamento giurisprudenziale e necessità delle operazioni di soccorso delle navi ONG. Da un lato, il governo rivendica la riduzione degli sbarchi e la necessità di coordinamento con le autorità dei Paesi nordafricani; dall’altro, i tribunali continuano a richiamare il rispetto del diritto internazionale e il principio del “porto sicuro” come criterio imprescindibile.
E poi ci sono le navi-soccorso, senza le quali migliaia di persone morirebbero in mare. In mezzo, il Mediterraneo centrale, che continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. Perché chi cerca la salvezza parte comunque. Anche senza navi ONG. Di notte, su gommoni sovraccarichi, senza giubbotti. E il mare, per molti, resta l’ultima possibilità, non la paura più grande.
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