Trapani, la nave bloccata e la siciliana che salva vite nel Mediterraneo
Viviana Di Bartolo è una volontaria dei rescue team della “Humanity 1”dell’Ong tedesca Sos Humanity. É siciliana, ha 44 anni ed è coordinatrice di ricerca e soccorso dal 2015.
É tra le poche donne con famiglia che lavorano nell’ambito del soccorso in mare ed ha due figli da cui tornare alla fine di ogni missione, che dura in media 6 settimane. Specializzata in diritti umani e protezione internazionale, Di Bartolo inizia a lavorare nei campi con i rifugiati, ma è col vuoto lasciato da “Mare Nostrum” nel Mediterraneo Centrale e colmato dalle navi umanitarie, che inizia ad impegnarsi come soccorritrice sui gommoni di salvataggio.
Tra le sue prime missioni Viviana ne ricorda una in particolare, durante la quale sono state registrate molte perdite di vite umane, ma che nella sua tragicità le ha dato la consapevolezza che salvare vite era quello che voleva fare. Non per mestiere, non per denaro – perché è una volontaria – ma per l’imperativo talmudico che salvare una vita equivale a salvare l’umanità. Quello che fa un soccorritore è rischiare la propria incolumità tra i marosi, traslocare dai loro barchini pericolanti ai gommoni decine e decine di persone, spesso in gravi condizioni di stress fisico e psicologico, porgere mani e braccia più preziosi e salvifici di un salvagente. Nel buio del Mediterraneo, come piccole isole galleggianti, ci sono uomini, donne e bambini che provengono dall’inferno libico che si sono gettate in un altro, quello delle traversate su barche di fortuna, pagate come un posto in prima classe sul Titanic. Il loro obiettivo non è quello di arrivare in Italia per restare, la maggior parte di loro vorrebbe dirigersi in Germania: e, se potessero, lo farebbero più agevolmente e a minor costo con un biglietto aereo in economy. Invece, si trovano in condizioni di naufraghi nella speranza che la nave in avvistamento sia di qualche Ong soccorritrice e non della guardia costiera libica, che poi molto spesso è interscambiabile con i miliziani. Le milizie libiche sono la principale causa della destabilizzazione del paese, che causa la necessità delle persone di emigrare. Ma c’è di peggio.
Le milizie guadagnano ancor di più in un circolo vizioso tragico: da un lato si fanno pagare profumatamente dai migranti per imbarcarli verso le coste italiane, dall’altro si fanno pagare dall’Unione europea per riportarli indietro, rimetterli nei centri di detenzione, sfruttarli in lavori sottopagati, e poi rifarli partire. In mare, la cosiddetta guardia costiera libica, invece di soccorrere le imbarcazioni in difficoltà, lascia annegare le persone e le milizie libiche attaccano regolarmente, e talvolta sparano, contro le navi di soccorso civili. E lo fa utilizzando le ex motovedette della Guardia di Finanza italiana, come la Corrubia Class 660, che a settembre sparò contro la Sea Watch 5. Le violazioni documentate sono così gravi, sistematiche e strutturali da configurarsi come crimini contro l’umanità. E tutto questo è legittimato dal memorandum d’intesa Italia- Libia. Il più attuale decreto Piantedosi, poi convertito nella legge n.15 del 2023, riconosce non solo la piena operatività della zona SAR (ricerca e salvataggio) “libica”, ma anche l’obbligo delle navi del soccorso civile, che operavano in acque internazionali, di obbedire agli ordini provenienti dalle autorità libiche, da individuare e riconoscere come “autorità competenti” che hanno il potere di valutare il comportamento delle navi civili soccorritrici e di riferire alle autorità italiane elementi utili a giustificare i provvedimenti di fermo amministrativo. Ed è proprio questo il motivo del fermo amministrativo che ha colpito la “Humanity 1”. Durante le operazioni di soccorso dello scorso 5 febbraio, la nave ha portato in salvo 33 persone e due cadaveri erano stati ritrovati nella precedente operazione, a nord della zona Sar libica, che con ogni probabilità facevano parte dei circa 1000 dispersi del ciclone Harry.
Alla nave Ong era stato assegnato il porto di sbarco di Napoli, che avrebbe significato altri 5 giorni di navigazione in mezzo al mal tempo, per cui ha chiesto ed ottenuto di avere riassegnato come porto di sbarco Trapani dove, una volta attraccati, al capitano è stato notificato il fermo amministrativo di 60 giorni e diecimila euro di multa. La “Humanity” si era rifiutata di coordinare le operazioni di salvataggio con la guardia costiera libica, facendo parte dell’organizzazione “Justice Fleet”, una coalizione di 13 ONG che prestano soccorso in mare, una risposta civile e politica all’indomani del rinnovo, il 2 novembre scorso, del Memorandum Italia-Libia. Da novembre ad oggi, è il terzo fermo per “Humanity”, che non molla e anche stavolta promette ricorso. Due mesi di fermo significa però una nave soccorritrice e vite salvate in meno. Meno occhi che vedono, registrano e documentano cosa accade davvero nel Mediterraneo: oltre quelle narrazioni che alimentano l’esigenza di individuare un nemico quando la politica non sa dare risposte. Intanto, Viviana Di Bartolo resta qui, a Trapani, sulla sua nave e col suo equipaggio, pronta a ripartire per accendere una luce nel buio del mare, dove esseri umani soli, completamente persi, impauriti, aspettano solo che qualcuno gli tenda una mano. Senza considerarli nemici, ma solo persone.
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