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25/03/2026 11:02:00

  “Non ci siamo più sentiti soli”: a Trapani il progetto PIPPI mostra che un altro welfare è possibile

“All’inizio avevo paura. Pensavo venissero a giudicare.” È una frase che, da sola, racconta anni di distanza tra istituzioni e famiglie.

Poi qualcosa cambia. “Ho capito che erano lì per aiutarci davvero. Non ci siamo più sentiti soli.”

Ed è in questo passaggio di una testimonianza – netta, quasi disarmante nella sua semplicità – che si misura il senso del progetto PIPPI. 

Il Distretto Socio Sanitario 50 ha presentato martedi 24 marzo al complesso S. Domenico, i risultati del programma finanziato dal PNRR – Missione 5: non è stato un semplice momento istituzionale, ma una restituzione concreta di esperienze, relazioni e percorsi.

Il programma PIPPI – “Programma di Intervento per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione” – agisce su un punto preciso: evitare che le fragilità familiari si trasformino in rotture definitive. Intervenire prima. Accompagnare. Sostenere.

Un lavoro sviluppato in rete tra i nove Comuni del Distretto 50 – Trapani (capofila), Buseto Palizzolo, Custonaci, Erice, Favignana, Misiliscemi, Paceco, San Vito Lo Capo e Valderice – che ha coinvolto servizi sociali, scuola, sanità e terzo settore come rottura di un paradigma. Perché il punto non è solo aiutare, ma cambiare il modo in cui si aiuta.

I numeri e quello che davvero indicano

I numeri di PIPPI raccontano una cosa precisa: prevenire funziona.

Sono 34 le famiglie coinvolte, 52 i minori seguiti e 146 gli adulti presi in carico. Ma il dato più significativo è un altro: la drastica riduzione degli inserimenti dei minori in comunità alloggio. Un risultato che segna una linea chiara nelle politiche sociali locali.

Non è solo un indicatore tecnico, ma una scelta implicita: significa che, in quei casi, si è riusciti a intervenire prima e che la rottura non è avvenuta. E questo, nel campo delle politiche sociali, è forse il risultato più difficile da ottenere. Per anni il sistema ha funzionato secondo una logica chiara: si interviene quando il problema è già esploso, mentre PIPPI rovescia questa impostazione.

Non lavora sull’emergenza, lavora sulla soglia; non sostituisce la famiglia, la sostiene quando è ancora possibile farlo. E le testimonianze ascoltate a Trapani lo rendono evidente. “Non ti cambiano la vita da un giorno all’altro. Ti accompagnano.” Non è una promessa, è una pratica. E, soprattutto, è una postura diversa delle istituzioni. 

Come ha spiegato Katia Bolelli, Università di Padova: "Le famiglie non sono destinatarie passive, ma parte attiva di un percorso condiviso".

Da progetto a diritto

Il programma PIPPI nasce nel 2011 dalla collaborazione tra Ministero del Lavoro e Università di Padova. Oggi è un Livello Essenziale delle Prestazioni Sociali (LEPS). Questo passaggio cambia tutto, perché introduce un principio: la prevenzione non è una scelta facoltativa, ma un obbligo del sistema pubblico. E, allo stesso tempo, espone una contraddizione: se è un diritto, deve essere garantito ovunque. Non solo dove ci sono progetti attivi e risorse disponibili.

Il funzionamento del PIPPI si basa sulla valutazione, la progettazione condivisa e l' accompagnamento. Ma il punto non è solo il protocollo, ma la posizione di chi li attua e di chi li riceve: i servizi non aspettano più, entrano nelle case, senza rimanere alla finestra ad osservare, ma entrando dentro le relazioni e la loro complessità. 

Non si tratta più, quindi, di una sperimentazione, ma di una componente strutturale del sistema di welfare.

Alla base vi è un presupposto preciso:la vulnerabilità familiare non è mai riducibile a una singola causa, ma è il risultato di condizioni intrecciate – economiche, educative, relazionali – che richiedono risposte integrate.

È una differenza sottile solo in apparenza. In realtà, è una ridefinizione del ruolo pubblico.

Le famiglie: “Non ci siamo più sentiti soli”

Più dei numeri, a raccontare davvero PIPPI sono le storie.

Durante l'incontro sono state condivise le testimonianze dirette di alcune famiglie coinvolte nel programma. Racconti semplici, ma profondi. Senza retorica.

Una madre ha spiegato cosa significa aprire la porta di casa agli operatori non come a controllori, ma come a persone che aiutano: “All’inizio avevo paura. Pensavo venissero a giudicare. Poi ho capito che erano lì per aiutarci davvero. Non ci siamo più sentiti soli.”

Un’altra testimonianza ha restituito il senso più concreto del progetto: “Non ti cambiano la vita da un giorno all’altro. Ti aiutano passo dopo passo. Ti insegnano a vedere soluzioni dove prima vedevi solo problemi.”

Parole che raccontano meglio di qualsiasi relazione tecnica cosa significhi lavorare sulla prevenzione. Perché il punto non è solo evitare un allontanamento.
È ricostruire fiducia nelle istituzioni ed in se stessi come genitori.

Trapani: quando il sistema tiene

Nel Distretto 50 questo modello ha trovato una applicazione concreta. Una rete che tiene insieme: Comuni, scuola, servizi sanitari, tribunale per i minori e terzo settore in un sistema che prova a funzionare non per singoli interventi. 

Non solo interventi sui singoli nuclei, ma costruzione di una rete territoriale: attività nei quartieri, come a San Giuliano; esperienze educative condivise, come a Cornino; coinvolgimento diretto di scuole, neuropsichiatria infantile e servizi sanitari.

E i risultati – riduzione degli allontanamenti, maggiore continuità nei percorsi familiari – indicano che questa direzione è praticabile.

La " vera" questione politica

Il punto, a questo livello, non è più tecnico, ma è politico, si basa sullle scelte e su una agenda precisa.

Perché investire in prevenzione significa: spendere prima, per non spendere dopo; accettare tempi lunghi, invece di risposte immediate;lavorare sulla complessità, invece che semplificarla.

Investire in prevenzione significa ridefinire le priorità: ridurre il ricorso alle strutture residenziali; contenere i costi sociali ed economici dell’emergenza; intervenire prima che le situazioni si aggravino; rafforzare la capacità delle comunità di prendersi cura.

Come ha detto la direttrice del Distretto, Marilena Cricchio: "La prevenzione non è più un lusso, ma un diritto". Ma ogni diritto, per essere reale, deve essere sostenuto da scelte coerenti.

"Le istituzioni devono interviene per proteggere i minori, ma anche per evitare che si arrivi a situazioni estreme", ha aggiunto nel suo intervento il sindaco Giacomo Tranchida. Sono affermazioni che segnano un passaggio: dalla logica del controllo a quella della corresponsabilità.

Alla fine, resta quella frase. “Non ci siamo più sentiti soli.”

Non è solo un’emozione. È un indicatore di funzionamento del sistema.

Quando le istituzioni riescono a non essere percepite come una minaccia, ma come una presenza, il rapporto cambia. E con esso cambiano anche gli esiti.

Il programma PIPPI ha dimostrato che un altro approccio è possibile.La domanda, ora, è più semplice e più difficile insieme: questo modello diventerà ordinario, o resterà legato alla stagione straordinaria del PNRR?

Perché da questa risposta dipende non solo il futuro del progetto, ma il modo in cui una comunità sceglie di intervenire sulle proprie fragilità.

E, in fondo, il tipo di società che intende essere.

https://youtu.be/ZxJRtCljU1I