Edizione straordinaria! Si è dimessa Daniela Garnero, la Santadechè
di Katia Regina
Habemus dimissionem. Finalmente, la sedicente Pitonessa ha riposto il veleno nel beauty case e ha lasciato la poltrona. Ma parliamone, di questo soprannome: bisogna avere un ego ipertrofico, ai limiti del disturbo narcisistico, per auto-affibbiarsi un nomignolo del genere. Di solito funziona che sono gli altri a darti una ngiuria, ma lei no: lei si è data il titolo da sola, convinta che bastasse sibilare per incutere timore, senza capire che tra le persone con un ego equilibrato, chi si nomina regina da sola si autodenuncia prima ancora di commettere il crimine. A rassegnare le dimissioni, comunque, è stata Daniela Garnero. Perché Santanchè è il cognome di un ex marito chirurgo plastico lasciato nel secolo scorso, un brand che ha continuato a esibire come una borsa di Hermès di seconda mano, perché Garnero – ammettiamolo – non faceva abbastanza Côte d'Azur.
Qualche tempo fa, con la solita tracotanza da spiaggia di Forte dei Marmi, aveva sfidato il mondo dicendo: "Io rappresento plasticamente tutto ciò che detestate". Mai verità fu più assoluta. Cara Daniela, avevi ragione: ti detestiamo plasticamente (uso il plurale perché so per certo di non essere la sola a pensarla così). Ti detestiamo per quel volto che sfida le leggi della fisica e dell’espressione umana, ma soprattutto per quell'estetica del privilegio che indisporrebbe pure un maggiordomo di Buckingham Palace. Non è la tua ricchezza a darci il voltastomaco – la ricchezza è una colpa solo per gli invidiosi – è la tua miseria da ricca.
È l’arroganza di chi urla "Ebbene sì, ho una collezione di borse, e allora?" e rivendica con orgoglio di non scendere mai sotto il tacco 12. Mentre le donne vere lottano ogni giorno per la parità, per il riconoscimento del merito e per non essere ridotte a soprammobili, lei trasforma l'emancipazione in un catalogo di scarpe. E svetta su dodici centimetri di vanità, ignorando chi per la dignità femminile ha dovuto offrire la carne ai denti della discriminazione, senza avere un ufficio stampa a coprirle i lividi.
Nella sua biografia Sono una donna, sono una santa cerca di accreditarsi come una martire del lavoro e della coerenza. Ma Santadechè? L’unica cosa santa, in questa storia, è la pazienza dei dipendenti di Visibilia e Ki Group che aspettavano il TFR mentre lei sceglieva il colore della prossima Birkin. Ha dovuto sanare la sua posizione con l'Inps, ammettendo di fatto di aver truffato lo Stato sulla cassa integrazione durante il Covid. Un patriottismo commovente.
Oggi se ne va perché il castello di carte (di credito) è crollato sotto il peso della magistratura. E qui sta il punto: per anni ha spacciato il suo operato come metallo prezioso, ma la giustizia ha funzionato come quei banchetti del Compro Oro di periferia. È arrivato il magistrato di turno, ha versato il reagente chimico sulla sua carriera e – pouf – il biondo luccicante è diventato verde rame. Non sei mai stata d’oro zecchino, eri solo bigiotteria plastificata: una lega economica di furbizia e arroganza che, messa alla prova dell'acido della legalità, ha rivelato la sua natura di ferraglia ossidata.
Goditi le tue borse, Daniela. Sperando che almeno quelle siano vere, perché tutto il resto – dal cognome alla santità – è decisamente un pessimo falso d'autore.
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