Pumilia: “Gibellina Capitale nasce dalla Fondazione. Oggi se ne tradisce lo spirito”
L’ex presidente delle Orestiadi, Calogero Pumilia, ricostruisce il lascito di Ludovico Corrao, rivendica il ruolo decisivo della Fondazione e solleva il caso del finanziamento da 58 mila euro ad un erede del fondatore.
Lei ha avuto una lunga carriera politica e successivamente ha guidato alcune fra le più note istituzioni culturali come la Fondazione Orestiadi e il Festival Palermo Novecento. Come convivono nella stessa persona due esperienze così diverse?
Al fondo c’è stata probabilmente la curiosità che mi ha sempre accompagnato: la curiosità per la cultura, per le arti, che ha accompagnato anche la mia esperienza politica.
Non ho mai accettato di essere totalmente identificato con quell’attività nella quale pure ho creduto e per la quale ho speso impegno, energia ed entusiasmo. Ho lasciato sempre un margine per guardare il mondo circostante e vederlo non solo sotto l’aspetto dell’economia, della sociologia, della politica, ma anche sotto quello della cultura, di ciò che l’evoluzione culturale, la contemporaneità proponeva di volta in volta nei vari aspetti della letteratura, delle arti visive, del teatro.
Per questo, quando ho smesso di fare il parlamentare dopo cinque legislature, ho trovato l’opportunità e anche la fortuna di occuparmi di due delle istituzioni culturali tra le più importanti: Palermo Novecento, che fu una straordinaria impresa culturale che non durò molto nel tempo, e principalmente la Fondazione Orestiadi di Gibellina, nella quale variamente, prima come segretario generale e poi come presidente, sono stato impegnato per più di venticinque anni.
L'esperienza delle Orestiadi e della visione di Ludovico Corrao, quanto hanno davvero lasciato come segno?
Un bel segno e quello che ha lasciato Ludovico Corrao, con la sua intuizione, con la sua apparente follia, più che il paese come sede dell’arte contemporanea, è la Fondazione. L’idea del paese di nuova realizzazione che vive, nasce attorno all’arte, dall’arte è segnato, dall’arte dovrebbe trarre il maggiore alimento per il proprio sviluppo civile ed economico, era un disegno utopico che in gran parte è rimasto velleitario.
Gibellina, che pure contiene dentro di sé opere d’arte singolarmente di valore, complessivamente è un luogo freddo, anonimo, sovradimensionato, dove l’arte non è riuscita a creare nessun elemento di progresso, di novità.
Diverso invece è il caso della Fondazione Orestiadi. La Fondazione Orestiadi è un luogo nel quale Ludovico Corrao è riuscito a mettere insieme una quantità notevole di opere d’arte di diversa provenienza, attraverso l’intuizione di intrecciare opere della cultura occidentale con quelle della cultura arabo-musulmana e islamica, facendo un luogo nel quale per anni si sono realizzate iniziative, mostre d’arte contemporanea, festival del teatro. Quindi il lascito vero di Ludovico Corrao è questo, ed è quello che ha determinato la scelta del governo di fare di Gibellina la prima Capitale dell’arte contemporanea.
Io ho scritto in più circostanze: quando mai il Comune, che pure è titolare della scelta del governo, ha fatto una sola iniziativa nel settore dell’arte capace di richiamare l’attenzione del Ministero e della commissione ministeriale? Se è arrivato l’eco della presenza di Gibellina, se la critica e l’opinione pubblica hanno conosciuto Gibellina, l’hanno conosciuta attraverso le iniziative della Fondazione. Solo quelle hanno costituito il patrimonio sul quale poi si è fondata la decisione del Ministero della Cultura.
Ma c’è stata una ricaduta concreta dell’esperienza delle Orestiadi sul territorio, oltre che all’esterno?
Intanto l’arte si giustifica per sé stessa. L’arte non deve per forza produrre reddito, ricchezza. L’arte produce curiosità, bellezza, stimola la ricerca di conoscenza ulteriore. Immaginare che l’arte avrebbe potuto essere il volano principale dello sviluppo economico: ecco, questa è stata una utopia di Ludovico Corrao che è rimasta tale.
Certo, quando si fa il festival del teatro delle Orestiadi, per quelle settimane i pochi B&B di Gibellina, i pochi ristoranti, sono pieni. Quando il festival finisce, termina lì. Per esempio, le amministrazioni comunali che si sono succedute non hanno capito che le opere che dovrebbero custodire e valorizzare possono avere un senso se il contesto nel quale vengono collocate è attrattivo. Se il contesto invece è respingente, anche le opere d’arte finiscono per perdere il loro valore e la propria attrattiva.
L’effetto della cultura si vede nel lungo periodo, nel lungo tempo. Le generazioni che si sono succedute a Pienza o a Siena hanno avuto nel tempo l’immagine della bellezza e sono state in qualche modo modellate da quell’impatto, da quella visione. Le nostre generazioni, quelle cresciute nei nostri paesi, hanno avuto ben altro impatto. La conoscenza dell’arte, la frequentazione dell’arte, piuttosto che la frequentazione con il disordine urbanistico e con il brutto, determinano una cosa piuttosto che l’altra. Ma ci vogliono generazioni.
Lei ha lasciato la presidenza proprio quando il governo nazionale sceglieva Gibellina come Capitale italiana dell’arte contemporanea. Perché secondo lei il governo ha preferito Gibellina ad altre candidature?
Intanto probabilmente perché era stato fatto un progetto importante e poi perché si voleva premiare un’attività nel settore dell’arte iniziata subito dopo il terremoto. E perché, peraltro, una delle doti peculiari di Ludovico Corrao, che in parte poi abbiamo ereditato, è stata quella di promuoverci. Siamo stati capaci di arrivare all’opinione pubblica, ai giornali, specialmente nel passato, quando potevamo mettere in scena opere teatrali di grande valore o fare mostre importanti, valorizzare direttori artistici di peso e quindi conosciuti in campo nazionale.
Queste sono state probabilmente le motivazioni. In ogni caso è stato per noi un enorme successo. Io l’ho considerato il premio per un buon progetto, il premio per una iniziativa lodevole del Comune che ci ha creduto, e poi il suggello della capacità della Fondazione Orestiadi di superare la fase nella quale tutto sembrava concluso e finito nel fallimento più totale, di rilanciarla, di espandere la propria presenza anche in un territorio diverso da quello di Gibellina, pur mantenendo lì le radici.
Perché ha scelto di andare via proprio in quel momento, quando la Fondazione avrebbe avuto un ruolo centrale nell’anno della Capitale?
Io sono andato via nell’anno in cui avrebbe dovuto cominciare ad organizzare gli eventi che si sarebbero dovuti svolgere in questo periodo. E quando la Fondazione era passata da un finanziamento regionale di 280 mila euro a un finanziamento di un milione di euro.
Questo aveva determinato la convinzione che la mia presenza non fosse più essenziale, con quella modesta capacità che avevo di sollecitare l’attenzione anche dei pubblici poteri della Regione sulle cose che faceva la Fondazione. A quel punto anche altri, con minore esperienza della mia, avrebbero potuto gestirla, perché c’erano le risorse garantite almeno per quegli anni.
Ma immediatamente ho capito che erano sorte delle ambizioni, in particolare quella di voler essere sotto i fari che si sarebbero accesi con la Capitale dell’arte contemporanea, insieme a una sorta impropria di riappropriazione di un patrimonio familiare che a qualcuno sembrava fosse stato sottratto dalle iniziative del padre. Naturalmente parlo delle figlie.
Come giudica la scelta della nuova presidenza affidata alla professoressa Corrao e perché secondo lei la nuova dirigenza ha interrotto alcune collaborazioni e aperture ideate durante gli anni in cui lei dirigeva la Fondazione?
Io sono stato a lungo segretario generale della Fondazione, collaborando utilmente con Corrao. Poi, dopo la sua morte, la figlia Francesca diventò presidente della Fondazione, ma al di là di indubbie qualità di natura culturale non aveva l’attitudine per governare una realtà che era diventata difficilissima, carica di debiti e di problemi di diversa natura.
A un certo punto lasciò la presidenza e mi cercò per dirmi: “Ti prego di occupartene”. Il giorno in cui sono stato nominato presidente, uno dei consiglieri di amministrazione, una persona estremamente stimabile e con grande esperienza politica e culturale, il professore Buttitta, che rappresentava il presidente della Regione nel consiglio di amministrazione, mi disse che stavo compiendo una follia. Perché non sembrava ci fossero le condizioni per recuperare 800 mila euro di debiti, con il personale non pagato da un anno, decreti ingiuntivi continui, il degrado degli spazi della Fondazione. Eppure gradualmente, con l’impegno e con la collaborazione di altri, siamo riusciti a tamponare quella situazione, a recuperare, a rilanciare e ad espandere la presenza della Fondazione in luoghi diversi, a Palermo in particolare e poi ad Agrigento.
La professoressa Corrao faceva parte del consiglio di amministrazione. Poi, a un certo punto, mi parve perfino un gesto di amicizia inserire nel consiglio anche l’altra sorella, che non aveva le stesse caratteristiche di natura culturale e scientifica di Francesca, ma che poteva sentirsi parte della Fondazione che il padre aveva costituito.
Quando io ho scelto di andare via, non perché qualcuno mi obbligasse — nello statuto della Fondazione non esiste il ricorso alla sfiducia, avrei potuto rimanere — capii però che non mi poteva appartenere una lite con alcuni componenti del consiglio di amministrazione. E così scelsero la Corrao come presidente, tornando a gestire la Fondazione dopo gli esiti non felici che aveva determinato con la sua prima iniziativa.
Immediatamente lei decise di chiudere l’esperienza di Agrigento e l’esperienza di Palermo, cioè decise di rintanarsi, per così dire, nella dimensione paesana, probabilmente perché le sembrava quella che poteva governare meglio, quella che non la sfidava a mettere un impegno del quale non era certa di essere in possesso.
Ed è avvenuta un’altra cosa che davvero è incomprensibile. Francesca Corrao era stata nominata da me a presiedere il comitato scientifico: obiettivamente ne aveva le doti, essendo professoressa universitaria e arabista nota. Lei diventa presidente della Fondazione e nomina la sorella presidente del comitato scientifico. Ed è quasi una riduzione della Fondazione al tinello di casa ...
Poi cosa farà il Comune di Gibellina, cosa farà la Fondazione per realizzare il progetto di Capitale dell’arte contemporanea, lo vedremo nei prossimi mesi. Naturalmente non ci sono ancora tutti gli elementi per un giudizio, se non un inizio che mi sembra piuttosto discutibile.
Perché una scelta del genere, secondo lei? Perché questo ritorno al “tinello di casa”, quando Gibellina sembrava avere acquisito negli ultimi anni un vero afflato internazionale?
Nel terreno di casa io mi sento più tranquillo, più garantito, so dove sono gli oggetti, mi muovo con minore difficoltà. Se invece devo andare fuori, capisco di poter avere delle difficoltà a fronteggiare situazioni diverse da quelle del cortile di casa. Anche se la motivazione del Ministero per conferire a Gibellina il titolo di Capitale italiana dell’arte contemporanea era espressamente la sua dimensione extraterritoriale, i suoi rapporti con altre istituzioni. La prima cosa che si fa invece è tagliare questi rapporti e quindi ridursi.
Gibellina avrebbe potuto trasferire se stessa, la propria esperienza, altrove, richiamando altre strutture, altri artisti, altri appassionati dell’arte contemporanea. Se avesse mantenuto i rapporti con Palermo, con Agrigento, con le istituzioni culturali che avevamo cominciato a mobilitare, diffuse da Catania a Messina e non solo in Sicilia, avrebbe potuto fare dell’anno dell’arte contemporanea un momento di mobilitazione e di raccordo delle maggiori istituzioni sul contemporaneo.
E poi ci sono delle cose che difficilmente si possono capire. Voglio dire una cosa evidente, che balza agli occhi. La presidente del comitato scientifico, quindi una delle sorelle Corrao, è anche titolare di un’impresa personale iscritta alla Camera di Commercio di Milano. Questa impresa ha avuto un finanziamento di 58 mila euro sull’attività della Capitale dell’arte contemporanea, mentre la Fondazione ha avuto un altro finanziamento per le iniziative che deve fare.
Chiariamo: che la Fondazione partecipi e abbia dei finanziamenti è assolutamente logico. Anzi, io credo che ne debba avere. Ma chi fa parte del consiglio di amministrazione della Fondazione, per statuto, non può avere nessun compenso. E allora che cosa capita? Lo statuto dice che il consigliere di amministrazione può avere attività ad altro titolo, ma c’è il codice etico che vieta di poter fare le cose che sta facendo la società di una delle sorelle Corrao.
Lo dico con estrema chiarezza: se quei 58 mila euro che sono stati dati a questa società personale si fossero aggiunti al finanziamento per la Fondazione, ai 140 mila euro circa dati alla Fondazione, la società personale e quindi Antonella Corrao non avrebbe potuto avere nessun compenso, perché vietato dallo statuto. In questo modo si immagina di bypassare lo statuto e il codice etico.
Lei gestisce un progetto di 58 mila euro, peraltro in due annualità, 2025-2026. Tenga conto che la scelta di affidarle il progetto per il 2025 è avvenuta ai primi di dicembre del 2025. Quindi la prima tranche di quel progetto è stata esaurita in quindici giorni, perché poi arriva Natale e non credo che alla vigilia di Natale si facciano iniziative culturali. Quindi è un bypassare lo statuto e il codice etico, una cosa che considero di una gravità estrema, una caduta di stile.
Perché se c’è un titolo di merito di Ludovico Corrao — al di là delle ambiguità del personaggio, che noi non ignoriamo — è stata la sua generosità. Lui tutto quello che aveva, a volte anche in maniera un po’ improvvida, lo ha investito nella Fondazione, senza mai immaginare di ricavarci un’utilità personale e diretta.
Possiamo dire quindi che, secondo la sua descrizione dei fatti, nella gestione della Fondazione è entrata la logica del profitto?
Per questa vicenda, modesta per la verità, ma indicativa, sì. Robetta da quattro soldi, non è che sia enorme. Però quattro soldi possono anche far bene alla salute familiare.
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