Pulizia etico-estetica: perché il prossimo a cadere dovrebbe essere il Dandy di regime
di Katia Regina
C’è voluto un Referendum, di quelli che lasciano il segno e le occhiaie profonde, perché Giorgia si accorgesse che il metodo amichetti aveva la data di scadenza. Improvvisamente l’etica politica – questa sconosciuta che di solito viene lasciata fuori dalla porta di Palazzo Chigi come un ombrello bagnato – è tornata di moda. Saltano le teste di Delmastro e Santanchè, non per un sussulto di coscienza, sia chiaro, ma per puro spirito di sopravvivenza. La premier ha capito che per salvare il trono bisogna sacrificare i fanti.
Ma mentre la Sinistra festeggia più la sonora sconfitta dello schieramento opposto che la propria vittoria – la quale è ancora tutta da vedere e costruire – e il Paese tira un sospiro di sollievo per la liberazione di certi uffici ministeriali, io preferisco continuare a sognare. Perché fermarsi alla magistratura ordinaria? Perché limitarsi a reati banali come la rivelazione di segreto o il falso in bilancio? Visto che questo governo ha la passione bulimica per l’introduzione di nuovi reati – ne hanno sfornati quasi uno al mese – propongo l’istituzione della fattispecie diRidiculaggio Colposo. Sarebbe la fine per molti. Se questo reato diventasse legge, la prima testa a rotolare sul velluto sarebbe inevitabilmente quella del Ministro Alessandro Giuli.
Vederlo muoversi è un’esperienza mistica. Giuli non cammina, incede. Non indossa abiti, si corazza di anacronismo. Con quel suo stile da dandy di regime, un po’ filosofo da salotto e un po’ manichino di una sartoria che ha smesso di aggiornarsi nel 1928, incarna perfettamente il delitto di ridiculaggio colposo. È l’intellettuale che usa il vocabolario come uno scudo spaziale per non dover spiegare perché la cultura italiana somigli sempre più a una sagra della porchetta con le note a piè di pagina. Il suo abbigliamento, quel mix tra un curatore di mostre d’antiquariato e un figurante di un film di spionaggio della Guerra Fredda, è il manifesto della sua inadeguatezza.
Se servisse una prova regina per il dibattimento, basterebbe citare l’ultima trasferta newyorkese del Ministro. Giuli si è spinto fino a Columbus Circle apparendo come un figurante che ha sbagliato set: corazzato in un cappotto scuro dal taglio talmente anacronistico da sembrare un reperto bellico della propaganda Eiar. Ma il ridiculaggio non si ferma all'estetica da dandy fuori tempo massimo; il reato diventa ufficialmente colposo non appena il Ministro decide di aprir bocca.
Deponendo la sua corona di fiori, ha celebrato un improbabile legame secolare tra l’identità americana e gli immigrati italiani, ignorando – con una nonchalance che rasenta l’analfabetismo funzionale – che tra le caravelle del 1492 e i piroscafi di Ellis Island passano quattro secoli di assoluto nulla cosmico. Mentre certa America discute faticosamente di sterminio dei nativi, lui resta ancorato a un sussidiario degli anni ’50, dimostrando che la sua cultura è come il suo sarto: impeccabile nel cucire insieme pezzi che non hanno più alcuna aderenza con la realtà storica.
Il neologismo che propongo proviene dal latino ridiculus, da ridēre (ridere). Ma attenzione: la mia forzatura etimologica andrebbe intesa in maniera diversa: il ridicolo non è colui che fa ridere, ma colui che merita di essere deriso per la sua sproporzione rispetto alla realtà.
E qui sta il pericolo vero. Il ridicolo al potere non è una barzelletta, è un’arma di distrazione di massa. Guardate oltreoceano: abbiamo visto cosa succede quando personaggi che sembrano usciti da un cartone animato distopico occupano i posti di comando. Il ridicolo è pericoloso perché abbassa la soglia della guardia: pensiamo che siano innocui perché sono buffi, mentre invece stanno smontando le istituzioni tra una posa plastica e una citazione latina fuori contesto. Il ridicolo è l’anestetico della democrazia.
Sognare un Parlamento pulito è lecito, ma sognare un Parlamento serio – nel senso di capace – è rivoluzionario. Se la Premier vuole davvero fare il repulist, non guardi solo le carte bollate delle procure. E il monito non vale solo per la destra: il reato di ridiculaggio colposo andrebbe esteso a tutto l’arco parlamentare, senza sconti di pena.
Siamo pieni di figure che siedono sugli scranni del potere offrendo quotidianamente lo spettacolo del proprio vuoto pneumatico, vestiti a festa o travestiti da competenza. Introdurre questo reato darebbe finalmente una svolta alla qualità di quanti dovrebbero rappresentare la nazione intera. Perché un Paese può sopravvivere a un errore giudiziario, ma rischia di morire di imbarazzo per un’epidemia di ridiculaggio di Stato.
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