Dagli atti alla scena: nell’aula bunker del "Cerulli" gli studenti ricostruiscono la strage di Pizzolungo
Quattro minuti. Trentasei metri. Una macchina rubata, un binocolo, una visuale nitida. È dentro questa geometria della morte che prese forma la strage di Pizzolungo.
E da qui è partito oggi il processo simulato della strage di Pizzolungo nell’aula bunker di Trapani. Un processo diverso: non quello celebrato nelle carte, ma quello ricostruito, studiato e restituito dagli studenti delle scuole superiori di Trapani ed Erice, chiamati a trasformare gli atti in coscienza.
L’aula bunker — spazio simbolo dei grandi processi, tra cui quello per l’omicidio di Mauro Rostagno — ha reso tangibile ciò che spesso resta astratto: la giustizia come pratica concreta, come responsabilità collettiva. Non una semplice simulazione. Piuttosto, un attraversamento rigoroso degli atti processuali, investigativi, degli interrogatori. Un lavoro che ha seguito passo dopo passo la ricostruzione dei fatti e la formazione della verità giudiziaria, riportando alla luce nomi, relazioni, territori.
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Gli studenti e il processo simulato
È dentro questa complessità che gli studenti degli istituti “S. Calvino – G.B. Amico”, “Rosina Salvo”, “Ignazio e Vincenzo Florio” e “Fardella – Ximenes”, insieme al Polo universitario di Trapani, hanno assunto i ruoli del processo penale: giudici, pubblici ministeri, avvocati, testimoni. Con rigore e una maturità sorprendente, hanno restituito il peso delle responsabilità, la precisione delle ricostruzioni, la fatica delle decisioni.
L’iniziativa, dal titolo “Conoscere per ricordare. Dagli atti alla scena: un percorso di consapevolezza”, si inserisce nel progetto “Processo simulato”, promosso dal Tribunale di Trapani, dalla Procura della Repubblica e dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, in collaborazione con l’Università degli Studi di Palermo – Polo di Trapani e l’associazione Co.Tu.Le.Vi. Non un esercizio scolastico, ma un’esperienza di cittadinanza attiva che intreccia diritto, memoria e restituzione scenica.
La strage di Pizzolungo
Era il 2 aprile 1985, poco dopo le otto del mattino. L’obiettivo era il sostituto procuratore Carlo Palermo. Ma la mafia non contempla deviazioni etiche: contempla solo risultati. In quella traiettoria si inserì una terza auto, una Volkswagen Scirocco. Alla guida c’era Barbara Rizzo, 33 anni, con i figli gemelli di sei anni, Salvatore e Giuseppe Asta. Stava accompagnandoli a scuola. Il pulsante venne premuto lo stesso. L’esplosione fu devastante. Un boato avvertito in tutta Trapani, tanto da far pensare a un terremoto. La strada si aprì in un cratere, le villette vennero sfondate, le recinzioni divelte, le auto ridotte a lamiere contorte.
Della Scirocco non rimase nulla: solo frammenti irriconoscibili, un pezzo di motore, un volante piegato. Di Barbara e dei suoi figli, nulla. Cancellati. Inghiottiti dalla violenza dell’attentato. Feriti, ma sopravvissuti, il magistrato e gli uomini della scorta — Raffaele Di Mercurio, Totò La Porta, Nino Ruggirello e l’autista Rosario Maggio.
Da allora, la ricerca della verità ha attraversato decenni. Processi, assoluzioni, nuove indagini, ricostruzioni parziali.
I primi esecutori arrestati furono assolti in via definitiva, e non possono più essere processati per lo stesso fatto: il principio del ne bis in idem ha cristallizzato quella verità giudiziaria iniziale, lasciando aperte profonde fratture tra giustizia formale e verità sostanziale. Eppure, successive indagini li hanno restituiti come mafiosi di primo piano, inseriti in pieno nelle dinamiche operative dell’attentato.
Nel corso degli anni Duemila, la magistratura ha individuato e condannato i mandanti: Totò Riina, il capo mafia trapanese Vincenzo Virga, e ancora Nino Madonia e Balduccio Di Maggio. Più recentemente, il 14 giugno 2023, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a trent’anni per Vincenzo Galatolo, processato con rito abbreviato come ulteriore mandante della strage. Eppure, a oltre trent’anni di distanza, la verità resta ancora incompleta. Le indagini hanno ricostruito scenari più ampi, legati anche ad altri delitti eccellenti della stagione mafiosa degli anni Ottanta.
La rete mafiosa e il significato del processo
È dentro questa trama — fatta di strategie, di relazioni, di potere — che il processo simulato nell’aula bunker di Trapani ha trovato il suo senso più profondo. Non una rappresentazione, ma una ricostruzione rigorosa degli atti.
Gli studenti hanno seguito le indagini, analizzato gli interrogatori, restituito le connessioni tra territori — Castellammare del Golfo, Alcamo — e tra famiglie mafiose, fino alle ramificazioni internazionali legate al traffico di armi e narcotici tra Sicilia e Stati Uniti. Una vera e propria mappa del potere mafioso, in cui la strage non appare come un episodio isolato, ma come parte di un sistema.
Eppure, più ancora della precisione giuridica, a colpire è stata la qualità umana dell’esperienza. La profondità delle argomentazioni, la forza espressiva, la capacità di confrontarsi con una materia dolorosa senza cedere alla semplificazione. Gli studenti non hanno solo compreso i fatti: li hanno interiorizzati.
La testimonianza di Margherita Asta
A dare misura di tutto questo, la presenza di Margherita Asta. Seduta in prima fila, ancora e sempre parte civile, ma soprattutto memoria viva. Di una bambina a cui la violenza mafiosa ha strappato la madre — Barbara Rizzo Asta — e i fratellini gemelli, Giuseppe e Salvatore. Di una donna che ha trasformato quella perdita in impegno quotidiano, in educazione, in testimonianza. Le sue parole, al termine del processo simulato, non hanno chiuso l’esperienza: l’hanno rilanciata. Perché ciò a cui si è assistito non è stato soltanto un momento didattico, ma un passaggio di responsabilità.

Il progetto del processo simulato ed il “Non ti scordar di me”
La giornata si inserisce in un percorso più ampio, quello di “Non ti scordar di me”, promosso dal Comune di Erice dal 2008, che ha alternato linguaggi diversi per raccontare la mafia e contrastarla. Dal teatro simbolico del Teatro dei Pupi — con lo spettacolo sulle ultime ore di Matteo Messina Denaro tenutosi il 31 marzo scorso — fino alla rigorosa ricostruzione processuale, il filo conduttore resta lo stesso: educare alla legalità attraverso strumenti capaci di parlare alle coscienze.
Il teatro, in questo contesto, non è ornamento. È metodo che agisce come uno strumento potente per riflettere su questioni sociali attuali e temi universali, andando oltre il contesto formale delle aule di tribunale. Viene utilizzato già da tempo dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), che organizza o promuove spettacoli con scopi educativi, commemorativi e di sensibilizzazione su temi cruciali per la legalità e la memoria storica. Perchè utilizzare il teatro per raccontare storie di magistrati, vittime di mafia o casi giudiziari complessi permette di avvicinare i cittadini, in particolare i giovani, ai valori della costituzione e della giustizia.
E, nel caso del progetto “processo simulato”, si aggiunge anche l’obiettivo di accorciare le distanze tra la Giustizia e gli studenti, stringendo un nuovo patto educativo basato sulla comprensione dei metodi, dei tempi ed anche delle verità che un processo può scrivere e restituire alla storia. Il progetto restituisce la dimensione umana della giustizia, di rendere accessibile ciò che spesso appare distante. Non sostituisce il diritto, ma lo rende vivo.
Domani, 2 aprile, la commemorazione solenne delle vittime, alle 9.30 sul luogo della strage Pizzolungo, segnerà il momento conclusivo del programma. Ma ciò che resta non è solo il ricordo. Resta la consapevolezza che la memoria non è un esercizio del passato, ma una responsabilità del presente. E che la giustizia, prima ancora di essere pronunciata in una sentenza, deve essere compresa, condivisa, difesa.
Quattro minuti. Trentasei metri. La distanza tra l’attentato e la strage. Oggi, invece, una traiettoria diversa: quella di giovani che, entrando negli atti, hanno scelto di non restare spettatori. E hanno dato voce, con precisione e coscienza, a ciò che non può — e non deve — essere dimenticato.
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