Pizzolungo, la polemica del giudice Palermo: “Cancellata la verità sull’attentato”
Non è una semplice assenza. È una denuncia dura, personale, che riapre una ferita mai rimarginata. A distanza di anni dalla strage di Pizzolungo, il giudice Carlo Palermo interviene con parole amare sulle commemorazioni ufficiali, accusando organizzatori e istituzioni locali di aver “cancellato” il senso più profondo di quell’attentato.
Un intervento che arriva mentre Palermo è lontano dalla Sicilia, a Trento, dove si trova per motivi di salute legati proprio alle conseguenze dell’attentato del 2 aprile 1985.
“Nessun ricordo per chi subì l’attentato”
Il punto di partenza è la locandina delle celebrazioni. Palermo racconta di averla trovata “per caso”, senza aver ricevuto alcun invito o comunicazione. Ma soprattutto denuncia un’assenza che considera grave: nessun riferimento alla sua persona, unico sopravvissuto all’autobomba.
“Con somma tristezza – scrive – ho constatato che non è presente un solo ricordo verso chi subì l’attentato”.
Un passaggio che trasforma una commemorazione pubblica in un caso politico e simbolico.
La critica: “Una narrazione riduttiva”
Ma la polemica va ben oltre il piano personale. Palermo contesta apertamente quella che definisce una lettura parziale della strage.
Secondo il magistrato, continuare a indicare la mafia come unica responsabile significa oscurare altri livelli di responsabilità. Parla esplicitamente di “ombre dei Servizi e della Massoneria”, sostenendo che la mafia sarebbe stata utilizzata per coprire responsabilità più ampie, rimaste nell’ombra anche nelle indagini giudiziarie.
Una tesi che Palermo porta avanti da anni e che torna oggi al centro del dibattito.
“Si cancella la strategia stragista”
Il giudice esprime amarezza per quella che definisce una rimozione collettiva: la strage di Pizzolungo, secondo lui, verrebbe isolata dal contesto più ampio della strategia stragista che ha attraversato l’Italia tra gli anni Settanta e Novanta.
Una “favola cristallizzata”, la definisce, che finisce per concentrare l’attenzione solo sulle vittime innocenti – “danni collaterali” che Palermo riconosce come gravissimi – ma che, a suo dire, distoglierebbero dalla comprensione complessiva dell’attentato.
I giovani e il nodo della memoria
Unica nota positiva, nel suo intervento, riguarda i giovani. Palermo riconosce che proprio dagli studenti sarebbero arrivate ricostruzioni più attente e curiose, capaci di affrontare anche gli aspetti più complessi e controversi della vicenda.
Un passaggio che evidenzia, ancora una volta, il divario tra memoria istituzionale e ricerca critica.
“Continuerò a cercare la verità”
Nonostante le condizioni di salute, Palermo assicura che non si fermerà. Parla di “ulteriori sviluppi e riscontri” e ribadisce la volontà di continuare la sua ricerca.
Una ricerca che, sostiene, intreccia la strage di Pizzolungo con altre vicende irrisolte della storia italiana, fino ad arrivare ai conflitti e alle tensioni del presente.
Parole che riaprono interrogativi mai chiusi. E che, ancora una volta, riportano Pizzolungo al centro di una domanda scomoda: quanto sappiamo davvero di quella strage?
Il contesto che non si può ignorare
Negli anni, la redazione di Tp24 si è occupata più volte della strage di Pizzolungo, provando a sottrarla a una narrazione parziale e a restituirle il suo contesto storico, giudiziario e politico. In un’inchiesta a puntate, è stato proprio il procuratore di Trapani Gabriele Paci a ricostruire il quadro in cui maturò l’attentato del 2 aprile 1985.
Raccontare Pizzolungo senza quel contesto, spiegava Paci, significa isolare un episodio che invece è pienamente dentro una stagione precisa: quella dell’assalto di Cosa nostra allo Stato.
Gli anni delle bombe contro i magistrati
Siamo nella metà degli anni Ottanta. A Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stanno lavorando all’ordinanza che porterà al maxi processo. Il pentimento di Tommaso Buscetta ha aperto una crepa nel sistema mafioso.
Cosa nostra reagisce. E lo fa con la violenza.
Nel 1983 viene ucciso con un’autobomba il giudice Rocco Chinnici. Nel dicembre 1984 l’attentato al treno Rapido 904 provoca 16 morti e oltre 200 feriti. Un’escalation che, già allora, suggerisce intrecci più ampi: mafia, ambienti della massoneria, pezzi deviati dello Stato.
Una perizia, anni dopo, stabilirà che l’esplosivo utilizzato per il Rapido 904 è lo stesso impiegato a Pizzolungo. E lo stesso che ricomparirà nell’attentato dell’Addaura contro Falcone nel 1989 e, ancora, nelle stragi del 1992.
“Una strage di mafia, ma non solo”
“È la strage della quale si parla poco e che resta la più misteriosa”, ha detto Paci nelle ricostruzioni raccolte da Tp24.
Secondo il procuratore, Cosa nostra in quegli anni era sotto pressione e reagiva con le bombe. Ma dentro quel sistema “che fibrillava” c’erano anche connessioni e intrecci opachi.
Le indagini di Palermo e i collegamenti
Prima di arrivare a Trapani, Palermo era giudice istruttore a Trento e stava lavorando su un’inchiesta delicatissima, che dal traffico internazionale di droga e armi arrivava fino alla Sicilia.
Una parte di quegli atti finì nell’ordinanza del maxi processo. Un passaggio tutt’altro che marginale.
“Era venuto a prendere il posto di Giangiacomo Ciaccio Montalto”, ricorda Paci. E proprio su quel terreno – tra affari, mafia e poteri occulti – si colloca l’attentato.
I nomi, le ombre, le connessioni
Le sentenze hanno individuato i mandanti mafiosi: Riina, Virga, Di Maggio, Madonia, Galatolo. Ma restano zone d’ombra.
Alcuni nomi emersi nelle indagini – come Calabrò e Asaro – compaiono anche negli elenchi della loggia massonica segreta Iside 2, scoperta a Trapani nel 1986.
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