"Il custode" di Ammaniti: un finale che illumina l'incompiuto
«Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno»
Triscina, quel lembo di case abusive alla periferia di Castelvetrano, è il set ideale per Niccolò Ammaniti. Un non-luogo di rovine greche dimenticate, carcasse d’auto e vento tagliente, dove la famiglia Vasciaveo vive nell’ombra di un seminterrato buio. Il custode (Einaudi, 2026), l’ultimo romanzo dello scrittore premio Strega, mescola fiaba nera, horror quotidiano e formazione adolescenziale in una Sicilia arcaica e sospesa.
Nilo Vasciaveo, 13 anni, abita con la madre Agata — capa autoritaria, infermiera e marmista — e la zia Rosi. L’officina di marmo nasconde un segreto atavico: “la cosa nel bagno”, un mostro terribile custodito da generazioni, chiuso da tre lucchetti. Routine ossessiva, rituali, sonniferi per dormire: una prigione familiare mascherata da destino. L’arrivo di Arianna, chiassosa star di Only Fans, e della figlia Saskia (10 anni, adulta precocissima) rompe l’equilibrio. Nilo scopre l’amore — dolce, confuso — e il peso del segreto diventa insopportabile.
Ammaniti eccelle nel suo territorio: l’adolescenza come abisso di mostri interiori ed esteriori. Nilo è l’innocente ammanitiano per eccellenza, calato in un universo adulto inquieto, tra mafia cino-sicula, patriarcato e multietnicità rurale. La scrittura è asciutta, visiva, brutale: immagini crude di oscurità, corpi, desiderio che segna il punto di non ritorno dalla giovinezza. Triscina amplifica l’atmosfera — terra di solitudine morale, rovine antiche che echeggiano il mito. È una favola nera alla Victor Hugo: inverosimile ma vera nei suoi “miserabili” contemporanei.
Tuttavia, il romanzo porta il marchio di un’incompiutezza affascinante: sembra un racconto lungo dilatato, non un’opera espansa. Personaggi in superficie (Agata dominante ma sfocata, Nilo archetipico), temi accennati (famiglia come catena, libertà vs. eredità) senza stratificazione profonda. Breve (sotto 200 pagine), lascia insoddisfatti: l’idea del mostro custodito è geniale, ma la fretta rovina i dettagli, le svolte e gli epiloghi. Perfetto per una raccolta ammanitiana sull’adolescenza e i suoi abissi — tema di cui resta maestro.
Il finale, però, è un’esplosione luminosa. Catartico e pauroso, mescola crudeltà e tenerezza, riscattando la struttura con un lampo di grazia tragica. Ammaniti conferma la sua potenza: in poche pagine, libertà, identità e catene interiori si fondono in un climax che stringe il cuore.
Non il top della sua produzione ma un Ammaniti intimo, mitologico, che usa Triscina come specchio dell’Italia periferica e oscura. Lettura da un fiato, per chi ama desideri nascosti e paure antiche. In estate, su quella spiaggia ventosa, suona profetica.
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