Morti sul lavoro in Sicilia, l’ennesima tragedia: numeri, storie e un’emergenza che non si ferma
Ancora una caduta, ancora un cantiere, ancora due vite spezzate. A Palermo, il 10 aprile 2026, Daniluc Tiberi e Najahi Jaleleddine sono morti precipitando da una gru. Non è solo cronaca. È l’ennesimo tassello di una lunga scia che in Sicilia continua a crescere.
E stavolta c’è un dettaglio che pesa più degli altri: lavoravano in nero.
La tragedia di via Ruggero Marturano
I due operai, di 50 e 41 anni, erano impegnati nei lavori di ristrutturazione di un palazzo. Si trovavano sul cestello di una gru quando il braccio del mezzo ha ceduto. Una rottura improvvisa, un volo nel vuoto di decine di metri, nessuna possibilità di salvarsi.
Con loro c’era un terzo operaio, sopravvissuto cadendo su una pila di copertoni. A terra, invece, è rimasto ferito anche un 34enne, Emanuele Parisi, dipendente di un negozio di pneumatici: è ricoverato a Villa Sofia con un trauma cranico.
La Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo. Sotto la lente degli investigatori non c’è solo la dinamica del cedimento, ma anche la posizione lavorativa delle vittime: secondo le prime verifiche, non avevano contratto né copertura previdenziale.
Il nodo del lavoro nero
È qui che la tragedia diventa simbolo. Perché il lavoro nero non è un’eccezione, ma una componente strutturale in molti cantieri.
Operai senza tutele, senza formazione certificata, spesso senza dispositivi di sicurezza adeguati. E quando succede qualcosa, il prezzo si paga in vite umane.
Le vittime di Palermo erano straniere, un romeno e un tunisino. Anche questo non è un dettaglio secondario: nella filiera dell’edilizia, i lavoratori più esposti sono spesso immigrati, più ricattabili, più invisibili.
I numeri: Sicilia in zona rossa
I dati confermano che non si tratta di casi isolati. La Sicilia è tra le regioni con il più alto indice di rischio in Italia.
Nel 2025 le denunce di infortunio sul lavoro sono state 25.199, in aumento del 3,5% rispetto all’anno precedente. Le morti bianche oscillano tra 87 e 94, numeri che raccontano una media quasi quotidiana.
Catania guida questa triste classifica con oltre 7.000 infortuni e 21 vittime nei primi undici mesi del 2025. Palermo segue con più di 5.300 infortuni e 21 morti. Poi Messina.
Il 2026 è iniziato sulla stessa linea: già nei primi giorni dell’anno si contano morti tra Catania, Messina e Palermo. Nessuna inversione di tendenza.
Cantieri, subappalti, controlli
Il settore più colpito resta l’edilizia. Cantieri frammentati, catene di subappalti, responsabilità difficili da individuare.
E poi il nodo dei controlli. In Sicilia gli ispettori del lavoro sono poco più di una sessantina. Troppo pochi per un territorio vasto e complesso.
Le organizzazioni sindacali denunciano da anni questa carenza. Dopo l’incidente di Palermo sono tornate a chiedere più verifiche, più presenza nei cantieri, più prevenzione.
Storie che si ripetono
Quella di via Ruggero Marturano non è un’eccezione.
A gennaio, sempre a Palermo, un operaio è precipitato da un’impalcatura durante lavori in un capannone. A Siracusa, poche settimane fa, un lavoratore irregolare è morto in un’area comunale. Nel 2023, il carpentiere Giovanni Gnoffo è morto in un cantiere mentre lavorava per la costruzione di un supermercato.
Storie diverse, stesso schema.
Il cordoglio e le promesse
Dopo la tragedia, le istituzioni hanno espresso cordoglio. Il sindaco Roberto Lagalla ha parlato di una città che “si ferma e si raccoglie nel dolore”. Il presidente della Regione Renato Schifani ha ricordato l’impegno per rafforzare gli ispettorati.
Parole che tornano ogni volta. Come tornano gli annunci di nuove assunzioni, di controlli, di interventi.
La domanda che resta
Il punto, però, è sempre lo stesso. Si continua a morire lavorando.
E ogni volta si parla di emergenza, come se fosse una novità. Ma i numeri raccontano altro: è una condizione strutturale.
La tragedia di Palermo non è solo un incidente. È una fotografia. Di un sistema che spesso funziona finché non succede qualcosa.
Poi si ferma. Conta i morti. E riparte. Fino alla prossima volta.
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