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14/04/2026 06:00:00

Dalla cattura di Messina Denaro, 14 arrestati e il grande vuoto degli affari. Chi ha gestito il potere per trent’anni?

 A oltre tre anni dalla cattura di Matteo Messina Denaro, il bilancio della rete di protezione finita in manette non può che sollevare degli interrogativi. Se è vero che lo Stato ha smantellato il cerchio dei fedelissimi, è altrettanto vero che i 14 nomi finiti dietro le sbarre dopo il 16 gennaio 2023 sembrano comporre un mosaico di protezione logistica, ma lasciano totalmente in ombra il cuore economico e istituzionale della mafia capeggiata dal boss. O almeno, quella parte di mafia relativa alla provincia di Trapani, che sarebbe stata sotto il suo dominio.

 

I 14 arrestati non appartengono a mondi lontani dal boss, ma rappresentano la sua cerchia più intima e territoriale. Troviamo la sorella Rosalia, custode della “cassa” e dei pizzini, e legami sentimentali storici come Laura Bonafede e la figlia Martina Gentile. Ci sono poi i “servizi logistici”: l’autista Giovanni Luppino con i figli, i “prestanome d’identità” come il geometra Andrea Bonafede e l’architetto Massimo Gentile. Infine, il medico di base Alfonso Tumbarello e il tecnico radiologo Cosimo Leone.

Una rete, certo, anche se funzionale alla sopravvivenza quotidiana e alle cure mediche del latitante. Insomma, queste persone si si sarebbero occupate di traslochi, ricette mediche, spesa al supermercato, gestione della posta riservata…

 

Ma dove sono i nomi della “borghesia” che conta: quella dei grandi appalti, della finanza, del grande commercio e dei palazzi del potere?

Gli arresti post-cattura non riguardano la gestione di traffici di droga, infiltrazioni in pubbliche amministrazioni o il controllo di grandi capitali. Riguardano soltanto la protezione della latitanza.

Nei suoi interrogatori, Messina Denaro ha sostenuto di non essersi occupato di affari durante la fuga per evitare di “andare a sbattere”, ovvero di attirare l’attenzione degli inquirenti. Se questa affermazione fosse vera, si aprirebbe una voragine investigativa: chi ha gestito l’economia mafiosa del trapanese negli ultimi trent'anni? Se il boss era impegnato solo a nascondersi e curarsi, chi ha tenuto le redini del traffico internazionale di stupefacenti e del controllo sistematico degli appalti pubblici?

 

Per anni abbiamo scritto di una latitanza trentennale garantita da una “sofisticata rete di protezione” che includeva coperture istituzionali e indizi di coinvolgimento massonico; di un sistema in grado di fornire soffiate sulle indagini e manipolare affari ad alto livello.

Ora, se è vero che la mafia, dopo le stragi, ha riacquisito quella capacità di infiltrarsi nel potere economico e amministrativo attraverso una classe dirigente incensurata, i grandi nomi di questo “livello superiore” restano ancora nell’ombra. Inoltre, se è vero che la durata della latitanza suggerisce un “patto tra mafia e apparati infedeli” che va ben oltre la complicità del medico di paese o del prestatore di identità a cui intestare le ricette o l’auto, dove sono i nomi?

 

Il rischio, oggi, è di aver colpito solo la “coda” operativa. Mancano i nomi dei politici e degli imprenditori che oggi costituirebbero il nucleo centrale della mafia. Ma anche quelli dei “nuovi” mafiosi che farebbero parte del braccio esecutivo. Se i 14 arrestati rappresentano lo scudo umano che ha permesso a Messina Denaro di vivere una vita quasi normale a pochi chilometri da casa, resta ancora da scoprire chi ha abitato le stanze dei bottoni dove si sono decise le sorti economiche della provincia di Trapani e oltre.

Senza l'individuazione di chi ha gestito gli affari e di chi, nelle istituzioni, ha garantito impunità per tre decenni, la cattura di Matteo Messina Denaro rischia di restare un successo a metà. Forse, da troppo tempo, ci si occupa del suo ruolo nelle stragi del 92, ma degli affari mafiosi locali sappiamo molto meno.

 

Egidio Morici