Naufragio "Espresso Trapani", 36 anni dopo: la città ricorda le vittime nel cimitero del mare
Salvatore e Antonino Mirabile, padre e figlio, morirono abbracciati: annegati in uno dei corridoi de "L'Espresso" – traghetto Conatir Livorno/Trapani - affondato a poche miglia dal porto di Trapani il 29 aprile 1990.
E questa è la fotografia che, da 36 anni, è impressa nella memoria di Giancarlo Randazzo, che li trovò morti mentre tentava di mettere in salvo suo padre e se stesso. Giancarlo ce l'ha fatta, suo padre è morto in acqua proprio mentre lui veniva tratto in salvo, trascinato da una cima stretta tra i denti.
Da allora Giancarlo convive con due naufragi: quello dell’Espresso Trapani e quello della memoria.
Ed è da quella memoria che questa mattina Trapani è ripartita, perché trentasei anni dopo la città continua a tornare qui non solo per ricordare una tragedia, ma perché quella tragedia non si è mai davvero chiusa: sette dei suoi morti non hanno avuto una tomba e una parte di questa storia è rimasta sospesa sotto il mare.
Nella via intitolata alle tredici vittime del naufragio, accanto alla Piazzetta dedicata alle vittime del Disastro del Moby Prince, si è svolta la cerimonia commemorativa organizzata nel trentaseiesimo anniversario della tragedia.
Presenti il sindaco Giacomo Tranchida, l'assessore Giuseppe Virzì, il vescovo Pietro Maria Fragnelli, lo stesso Giancarlo Randazzo e Cristina Conticello, figlia del direttore di macchina Gaspare Conticello, uno dei sette dispersi che il mare non ha mai restituito.
Una commemorazione sobria, quasi scarnificata. Più silenzio che retorica. Più nomi pronunciati che discorsi ufficiali.
Fiori consegnati al mare, perché l’Espresso Trapani continua a interrogare l’intera coscienza marittima trapanese.
Perché non è soltanto la tragedia privata di tredici famiglie, ma un naufragio consumatosi in condizioni quasi incomprensibili e rimasto, per molti aspetti, senza una risposta definitiva.
E ogni anniversario, proprio per questo, non somiglia a una semplice ricorrenza: somiglia piuttosto al riaprirsi di una domanda che la città non è mai riuscita a chiudere.
La domenica di Santu Patre diventata giorno di lutto
Era il 29 aprile 1990. Trapani celebrava San Francesco di Paola, patrono dei marinai. Il porto era immerso nella bonaccia, il mare piatto come l’olio, il vento appena percettibile. In città ci si preparava alla processione e ai festeggiamenti del pomeriggio.
Nello stesso momento, dopo quasi ventitré ore di traversata da Livorno, l’ “Espresso” era ormai a trenta minuti dall’attracco.
A bordo c’erano 52 persone tra equipaggio, passeggeri e autotrasportatori. Nei garage erano sistemati 68 camion, di cui 66 a pieno carico. La nave, lunga 112 metri, moderna e considerata affidabile, aveva già superato il faro dei Porcelli e si apprestava alla larga virata necessaria per imboccare il porto.
Alle 16.58 circa accadde l’inspiegabile. Una prima oscillazione. Poi una seconda, violentissima. Quindi la sbandata improvvisa sul lato destro.
Il comandante Leonardo Bertolino tentò invano di raddrizzare il traghetto. Dal ponte partì il May Day, ma ormai il destino della nave era segnato.
In appena diciannove minuti l’Espresso Trapani fu inghiottito dal mare davanti agli occhi attoniti della città.
Chi si trovava in coperta venne scaraventato in mare. Chi era nei corridoi interni o nelle cabine restò intrappolato in un labirinto che in pochi secondi si capovolse.
I superstiti parlarono di camion che slittavano, catene che cedevano, portelloni che non si aprivano, acqua che irrompeva ovunque, urla nel buio, uomini aggrappati alle murate già inclinate.
Fu in quei minuti che Giancarlo Randazzo vide Antonino e Salvatore Mirabile, stretti l’uno all’altro in quell’ultimo abbraccio.
Fu in quei minuti che tentò di aiutare altre persone quando, già in acqua, le mise in salvo su dei pallet. Fu in quegli interminabili minuti – comunque troppi, dice Giancarlo – che perse suo padre Filippo.
E fu in quei minuti che tredici persone vennero strappate alla vita a un soffio dalla terraferma, sette delle quali senza mai più tornare a galla, senza funerale, senza una lapide su cui i familiari abbiano potuto chiudere il lutto.
Il segnale di soccorso mobilitò immediatamente motovedette, pilotine, rimorchiatori, l’aliscafo “Botticelli” da Favignana e decine di pescherecci trapanesi. La festa di Santu Patre si spense all’istante: non ci furono più processione né musica, ma soltanto sirene e lacrime sulle banchine.
I superstiti furono 39.
Sei corpi vennero recuperati: Rosa Adragna, la moglie del comandante, Francesco Gianquinto, Giuseppe Fonte, Filippo Randazzo, Michele Caruso e Francesco Lombardo.
Sette uomini sparirono con la nave sprofondata oltre i cento metri di profondità: il comandante Leonardo Bertolino, il direttore di macchina Gaspare Conticello, Ignazio Mauro, Claudio Merlino, Giovanni Maranzano, Antonino e Salvatore Mirabile.
Ed è attorno a questi sette nomi senza sepoltura che, ancora oggi, l’anniversario dell’Espresso Trapani continua a pesare sulla città come una ferita irrisolta.
Il relitto e una verità mai del tutto emersa
Il giorno dopo il naufragio, sul relitto adagiato a 107 metri sul fondo del mare dopo la secca dell’isolotto di Maraone, scesero sommozzatori della Marina Militare e tecnici specializzati. Le riprese del battello oceanografico Poseidon mostrarono lo scafo adagiato sul fondo, deformato e devastato dal collasso interno dei materiali: il castello di prua verso il fondo, l’enorme ponte di comando ed un salvagente attaccato ad una cima.
I sette dispersi non furono mai trovati.
La spiegazione tecnica più accreditata chiamò in causa il possibile spostamento del carico durante la virata d’ingresso: mezzi pesanti destabilizzati, forse non più perfettamente assicurati, che avrebbero generato una perdita di assetto irreversibile.
Ma una verità capace di cancellare tutti i dubbi non è mai arrivata: forse l’avrebbe potuta raccontare il comandante Bertolino, di cui non si è mai ritrovato il corpo. Invece, è stato ritrovato quello di sua moglie Rosa: per lui era l’ultima traversata prima della pensione. Ci sarà buon tempo, Rosa, vieni anche tu, sarà come una crociera.
Ed è anche per questi morti che non hanno avuto il giusto riposo, e per questa verità rimasta solo parzialmente emersa, che l’Espresso Trapani continua a restare una ferita aperta nella coscienza cittadina.
Trapani e i suoi due cimiteri
L’auspicio emerso ancora una volta durante la commemorazione è che Trapani possa finalmente dotarsi di un monumento dedicato a tutte le vittime dei naufragi. Non soltanto quelle dell’Espresso.
Perché questo tratto di Sicilia possiede una geografia del lutto disseminata di relitti, dispersi e famiglie senza tomba: il "Città di Trapani", il "Karol Wojtyla", l’ "Agostino Padre", il "Maria Stella".
E ci sono le tragedie che, pur avendo assunto dimensione nazionale, parlano direttamente anche a Trapani e alla sua gente di mare.
Nel triste elenco figura il Disastro del Moby Prince, il più grave naufragio della marina mercantile italiana del dopoguerra: 140 vittime, tra cui cinque marittimi trapanesi.
Dentro questo elenco l’”Espresso Trapani” resta simbolicamente il naufragio più intimo della città: perché avvenne in una giornata perfetta, sotto gli occhi di una comunità che si preparava alla festa. Come se il mare avesse aperto una voragine proprio davanti alla porta di casa.
Un monumento ai morti del mare servirebbe esattamente a questo: a cucire insieme nomi che oggi restano dispersi non solo nelle profondità marine, ma anche in una memoria affidata quasi esclusivamente ai familiari e agli anniversari.
Perché la memoria non può fermarsi alla cronaca del naufragio, alle inchieste, alle responsabilità, ai fascicoli giudiziari o alle date sul calendario.
La memoria autentica è un’altra cosa: è restituire un volto ai dispersi. È impedire che il termine “vittime” diventi una formula impersonale. È ricordare che sotto quelle coordinate marine non giacciono soltanto relitti, ma persone.
Uomini che lavoravano, padri che tornavano a casa, figli che aspettavano di scendere a terra. Marinai, pescatori, che volevano festeggiare il Santu Patre e che il mare ha trattenuto con sé.
Trapani continua ad avere due cimiteri: uno sulla terraferma e uno sotto il mare.
Ed è in quel secondo cimitero, silenzioso e senza lapidi, che una parte della sua storia continua ancora oggi a chiedere pace.
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