Zingaro, 45 anni dopo. La prima riserva d’Italia tra orgoglio, assedi e fragilità
Quarantacinque anni fa, il 6 maggio 1981, la Sicilia cambiava per sempre il suo rapporto con il paesaggio. Nasceva la Riserva Naturale Orientata dello Zingaro, il primo grande esempio italiano di tutela ambientale moderna, figlio di una mobilitazione popolare che fermò un progetto destinato a sfregiare uno dei tratti più belli della costa siciliana: una strada litoranea tra Scopello e San Vito Lo Capo.
Oggi, nel giorno dell’anniversario, la Regione Siciliana celebra quella scelta come un momento storico. E in effetti lo è stato davvero. Ma accanto alle celebrazioni, resta una domanda inevitabile: come sta oggi lo Zingaro?
L’assessore regionale al Territorio e Ambiente, Giusi Savarino, ricorda che «la Sicilia fu pioniera assoluta in Italia, anticipando di nove anni la normativa nazionale sulle aree protette». Una legge, quella del 1981, che aprì la strada a un sistema oggi composto da 75 riserve naturali, quattro parchi regionali e un parco nazionale.
Lo Zingaro resta il simbolo di quella stagione. Sette chilometri di costa incontaminata, cale, macchia mediterranea, grotte, sentieri e specie protette. Un luogo diventato nel tempo cartolina della Sicilia migliore. Ma anche un territorio fragile, sempre più esposto a pressioni ambientali e turistiche.
Negli ultimi anni, Tp24 ha raccontato più volte i problemi della riserva: dagli incendi che ciclicamente minacciano il patrimonio naturalistico alla gestione complicata dei flussi turistici estivi, passando per la siccità, l’erosione del territorio e la cronica carenza di personale e controlli.
La verità è che la Riserva dello Zingaro vive oggi una contraddizione tipicamente siciliana: tutti la amano, tutti la celebrano, ma proteggerla davvero richiede investimenti, manutenzione, pianificazione e visione. Non bastano le ricorrenze.
Eppure il valore simbolico resta enorme. Perché lo Zingaro non è solo un’area protetta: è il luogo in cui, per la prima volta in Sicilia, cittadini, ambientalisti, intellettuali e amministratori riuscirono a dire no a un modello di sviluppo che sembrava inevitabile.
Fu una battaglia culturale prima ancora che ambientale. E forse è questo il vero insegnamento che arriva oggi, 45 anni dopo: il paesaggio non si salva da solo. Va difeso continuamente. Anche quando sembra eterno.
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