Garlasco, il romanzo infinito e il naufragio del diritto
Lo confesso: seguo poco la cronaca nera. O meglio, seguo poco quella sua deriva che trasforma il dolore in spettacolo e le aule di giustizia in set televisivi. Il "caso Garlasco" non fa eccezione. Mentre mezza Italia non parla d’altro, dividendosi in fazioni accanite come allo stadio, io resto a osservare con un distacco che è, lo ammetto, intriso di una profonda amarezza.
Invidio le tifoserie. Invidio chi, in queste ore, si eccita per l’ultima perizia o chi punta il dito contro il nuovo sospettato di turno con la certezza di chi ha la verità in tasca. Beati loro. Io, in questo romanzo triste che dura da diciannove anni, riesco a vedere un’unica, granitica certezza: lo sfregio sistematico dello Stato di diritto, ormai ridotto a comparsa nel grande teatro del processo mediatico.
Comunque vada a finire questa ennesima "svolta", la giustizia italiana ne esce a pezzi.
Se l’ultima ipotesi fosse vera, significherebbe che un uomo, Alberto Stasi, ha passato anni in cella da innocente. Se fosse falsa, avremmo appena finito di triturare la vita di un altro cittadino, trasformandolo in un mostro da prima pagina prima ancora che un magistrato abbia aperto il fascicolo. In entrambi i casi, il dubbio non è più "ragionevole", è paralizzante.
Il paradosso di Garlasco è lo specchio di tutto ciò che non funziona in questo Paese. Siamo in un sistema dove un cittadino può essere assolto per due volte e poi condannato, dove l’incertezza della pena convive con l’incertezza del diritto. Dove le intercettazioni servono più a "sputtanare" che a provare, e dove la verità dei talk-show conta più di quella processuale.
In attesa di capire se questo caso verrà riaperto davvero, resta il fatto che se le nuove indagini hanno un senso, allora le prime erano carta straccia. E se le prime erano giuste, allora queste sono un abbaglio.
Mentre il pubblico si appassiona all'ultimo capitolo della saga, dovremmo chiederci quanto siamo ancora disposti a tollerare una giustizia che si muove per intuizioni, umori mediatici e conflitti tra procure, dimenticando il principio cardine: si è colpevoli solo se non rimane alcun dubbio. Qui, di dubbi, ne restano troppi. E riguardano tutti noi, non solo chi sta in cella.
Il futuro di chi è coinvolto in questa storia resta appeso a un filo. Ma lo stato di salute del nostro diritto è già, purtroppo, una diagnosi senza speranza.
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